domenica 5 luglio 2009

Contra amicitiam

Amicitiam nisi inter malos esse non posse. Espresso l'assioma, tutto ciò che ne consegue è un descensus ad infimi. Ai protagonisti dell'amicizia, ovvero a coloro che stipulano quel contratto contraddistinto dalla particolarità di consistere nella vendita di colui stesso che lo stipula, dovrebbe essere sempre concesso magnanimo il perdono, così come va fatto con coloro che non sanno quel che fanno. Sì, l'amicizia è cosa spregevole assai e, più ancora, irritante, chè a disprezzarla le si conferisce un'importanza immeritata, ma non si può serbare rancore contro coloro che si fanno irretire da essa perchè questa caduta nell'insidia è quasi sempre frutto non di deliberata sentenza ma piuttosto dell'inerme quanto inconsapevole ondeggiare tra una sponda e l'altra, naturalmente una migliore dell'altra, in cerca di qualcosa che illuda di non star giocando da soli ad esser vivi. Da tale necessitato e inconsapevole andar per flutti discende l'illegittimità di ogni duro rimprovero in direzione di chi contrae amicizia, di qualsiasi legame essa si sostanzi e qualsiasi oggetto essa abbia. Si accetta quel che si trova e si convince se stessi che si è trovato un tesoro, neanche se si fosse trafugato quello del tempio, azione che fuor di metafora costuituirebbe comunque atto più pregevole, se non altro perchè segno di schietta empietà, che, è inutile dirlo, un amico di una qualsiasi risma non sarebbe in grado di compiere perchè alieno da ogni purezza e chiara distinzione. L'amico è sempre compromesso con qualcuno o qualcosa e non conosce sentimenti definiti; egli ha un legame, vincoli e relazioni che ne inquinano l'animo e lo scaraventano in un abisso di indistinzione spirituale. Guai a definirsi e a sporgersi su quel baratro offerto dallo spaventevole principio di individuazione: l'amico ama il branco, per fortuna ordinariamente costituito da mammiferi. Tuttavia talvolta accade che esso sia costituito da forme protozoiche, sebbene possano ingannare le dimensioni volumetriche di taluni soggetti in questione. Iersera, a puro titolo d'esempio e solo per offrire una gustosa digressione rispetto al nostro rigoroso impianto argomentativo, circondato da buone conoscenze (nel senso che ne conosco a dovere la miseranda attitutidine a contrarre il morbo di cui finora si è discettato), ho dovuto affrontare un esemplare che nonostante il volume, a voler avere riguardo per quell'oziosa attività intellettuale che è la tassonomia, si attestava filogeneticamente ad uno sviluppo biologico avente tutti i caratteri del protozoo. Sono stato al cospetto del prototipo archetipico dell'amica in cerca di amicizie e che a tale scopo esordisce nella sua presentazione cercando in maniera pretestuosa superfici di contatto tra lei e lo sciagurato altro, forse perfino nel tentativo, certamente vano quanto insolente, di trovare spazi di sovrapponibilità dei distinti piani su cui quelle superfici giacciono. Se poi un degno dis-amico come il sottoscritto, a quanto pare l'unico in questa regione della galassia a tenere in adeguato pregio l'ostilità e lo sprezzo per l'uguale o meglio per quello che nell'amicizia si vorrebbe uguagliare, si mette in capo di rispondere per le rime a colei che ha l'ardire di difendere un vecchio amico dalle accuse mossegli da quello che sarebbe diventato altrimenti un nuovo amico e se costei pone mano al proprio proposito argomentando che essendo l'accusato un suo amico non è verosimile l'accusa di cui è fatto oggetto, allora ecco che l'amicizia rivela tutti i propri caratteri più esecrandi. Cosa più grave ma anche scenograficamente più attraente, in un crescendo di miserabilità tutta umana, se non fosse che l'amicizia riesce a rendere gli umani qualcosa d'altro e di più ignobile, tanto più che regala la sensazione di elevare chi si prostra al suo indegno altare, sicuramente non buono per gli empi quanto lo è invece per sciatti fornicatori da sagrestia, l'amica cerca di difendere l'amico e con lui se stessa, prima offrendo il tipico sorriso poco sorvegliato per celare all'avversario dialettico di trovarsi in difficoltà, poi querulando di non aver avuto la possibilità di controbattere e infine ricorrendo all'evitamento positivo: la fuga, l'unica cosa intelligente che potesse mettere in opera. Ingrata, forse sarà stata incalzata dal disamico in maniera retoricamente troppo efficace e sicuramente insostenibile per le sua dotazione cerebrale e la sua costituzione pulsionale, ma se questo è successo è perchè le si voleva impedire di rendersi ulteriormente ridicola con pseudoargomenti analoghi a quelli spumeggiantemente già offerti.
Un cenno merita anche l'amica dell'amica, sentitasi in dovere di prendere le parti del protozoo carenato: naturalmente, nonostante la pur ammessa legittimità delle accuse del disamico, questi non aveva alcun diritto di lagnarsi, a tal punto che solo con sufficienza ha dichiarato che evidentemente ciò che gli era successo con l'amico dell'amica l'aveva toccato molto. A ciò si aggiungano i rimbrotti sulla presunta mancanza di signorilità e di virilità del disamico, accuse che da soggetti provenienti da determinati ambiti culturali ci si deve aspettare con buona disposizione d'animo: subisci, taci e sarai un signore; se poi osi stigmatizzare errori sintattici compiuti da chi esordisce con la dichiarazione di appartenenza ad una specifica scuola sei proprio abietto; all'amicizia e alle sue vittime tutto è dato connettere fuorchè gli elementi del discorso.
E che dire delle "buone conoscenze"? Il Polimoenus, venale e non prodigo com'è, ha colto la palla al balzo per ritenere estinto il debito della pizza da offrire perchè il disamico aveva creato scompiglio e solo perchè pietosamente implorato si degnava di ordinare una bottiglietta d'acqua per il disamico, poi però parzialmente tracannata da lui stesso come del resto è aduso fare quando offre qualcosa ad amici, parenti e contendenti; il Tempio invece gridava a pieni polmoni che lui, vereconda verginella che sa guardare solo di sottecchi tanto è pudica, non si era mai sentito così in imbarazzo in vita sua quanto in quei momenti di furente contesa tra il disamico e l'amica. Tuttavia il migliore prototipo di amico tra tutti quelli iersera presenti e quindi, come è vezzo dell'interessato stesso dire, il peggiore è l'innominabile miserabile che non rinuncia a nessuna amicizia. Egli è più di un singolo (non parliamo di individui viste le premesse esposte sopra in merito alla figura teoreticamente intesa dell'amico): è il popolo tutto che tra l'inerme e l'aguzzino, tra Cristo e Barabba, tra Trovato e il parcheggiatore sceglie sempre il secondo termine della coppia. Egli è colui che non rinuncia a prendere le parti di donzelle indifese, soprattutto quando queste sembrano disposte a concedere i loro favori e quantunque (sempre per avere il giusto riguardo per la tassonomia biologica) siano ascrivibili alla sottofamiglia dei bovini (in ispecie vacche e vaccazze) purchè siano le miss del tavolo o talvolta della sezione del tavolo in cui egli siede: tanto estesi sono i confini del suo sguardo, della sua estetica, quindi della sua teoretica (non parliamo di etica perchè gli è ignota la distinzione tra giusto e ingiusto, da lui saviamente sostituita da quella tra pubblico e privato) che essi sono ben lungi dall'abbracciare l'orbe terracqueo, così come invece si confarebbe ad un disamico, che se è capace anche di disprezzare è perchè il suo sguardo si posa in maniera globale su più punti, talvolta perfino di piani diversi dello spazio umano. Con il prototipo dell'amico vana è ogni lamentela: il sempre sospirar nulla rileva. Vana è la speranza che il sacerdote entusiasta (1) di una trista religione similfacebookiana ponga mente ad un mutamento di orizzonte spirituale.
Quale allora il destino per questa inquieta e inquietante, non di rado molesta figura dell'epoca contemporanea costituita dal disamico? Accerchiato dagli amici, in potenza e in atto, così come in effetto e in difetto, si vede costretto ad incedere come un angelo collerico con le spade incrociate per aprirsi il passo anche tra le buone conoscenze. Quale la sua escatologia? Forse che sia raggiungibile quello stadio definito di animicizia, in cui il disamico depone le armi ormai consapevole, oltre che con l'intelletto anche con il cuore (inteso in nessun'altra maniera che quale somma di due ventricoli e due atri), che l'umanità costituisce degno oggetto di attenzione etologica poco più che il verme ma molto meno del passero (2)?
(1) Vale a dire etimologicamente "divinamente ispirato".
(2) Nessuno avrà capito che il riferimento al verme e al passero è dovuto alla loro esistenza solitaria, di cui l'amico stoltamente non vuole sapere nulla, ma non fa nulla.

giovedì 18 giugno 2009

In viso veritas vel de luxuria

Il vero è il bello. Forse l'intelletto comune di fronte a tutti gli enti vede il mondo?(1) L'intelletto filosofico, senza tema di opporsi a quello comune, deve essere in grado di vedere dietro ciò che ci è dato (das Gegebene), vale a dire il fenomeno volgare, ciò che dà (der Geber ma anche es gibt), ossia l'essere stesso. Se il vero è l'intero (das Wahre ist das Ganze), va da sè che solo la totalità può essere conforme ad una risposta alla domanda di verità, che è tutt'una con l'esigenza di bellezza. La totalità si dà come mondo e l'essere che si nega l'apertura al mondo, con ciò stesso, si costringe, povero di mondo com'è, nella gabbia dell'ambiente, che conviene all'animale più che all'uomo, il cui compito è quello di allentare il morso del corto guinzaglio della rilevanza biologica.
L'intelletto filosofico deve rivolgere la propria calma attenzione al viso, ciò solo che è visto, visum, come purtroppo ancora sfuggiva ai parlanti di lingua latina, ma non a noi, avveduti interpreti di mondi che puzzano ormai di cadavere. Quel luogo di raccolta del bello, per dirla con espressioni ancora debitrici di una superficiale impostazione metafisica, oggetto privilegiato e soggetto esclusivo dell'autentico vedere, l'"io vedo", risiede nel volto che si volge all'oggetto. Lo sguardo rivolto ad un viso rivela quel momento estetico, che analogamente a quello musicale, costituisce una vibrazione in grado di accordare tutto ciò che tocca. Prendendosi gioco di tutti i rozzi falsi ammiratori della bellezza che non possono sottrarsi all'azione del palpare e tastare un singolo elemento del corpo o anche più elementi in successione, così come fa il medico con il corpo morto (Körper) del paziente pur vivo, lo sguardo dell'autentico esteta tocca tutto in forza di quella vibrazione e così facendo non tradisce la propria originaria affinità con la sensazione (aisthesis), anzi la estende e la rende compiuta e, oseremmo dire, globale. Quale oscuro affetto logico si insinua nel frugare agitato delle mani dell'anatomista, avversario dichiarato dell'esteta! In esso la luce sfugge alla vista rendendola cieca alla trasparenza, incapace di abbeverarsi alla fonte dello stupore (thaumazein). La conoscenza del come prevale su quella del da dove, uno spirito modellato sul paradigma tecnico-scientifico impoverisce il moto della genuina curiosità.
Platonismo, e della peggior specie! Esclameranno sdegnosi i lettori. No, quello qui in corso è un osanna alla lussuria (altre volte in questo blog si è incitato ad essa, come nel post natalizio, la cui lettura o rilettura raccomando "caldamente", come è il caso di dire). Il lussureggiare delle forme umane, il loro sussistere rigogliose a dispetto, anzi in forza, di una stabilizzazione delle forme fetali, il pertinace viziamento dell'uomo che aggira le leggi della fitness darwiniana e con essa l'ultimo residuo di teleologismo, cui si accompagna un qualche principio di utilità, sono evidenti al massimo grado proprio nella trasformazione del muso animale nel volto ingentilito dell'uomo e ancor più in quello della donna. E' qui che la lussuria ha pieno corso, come del resto anche nell'abnorme crescita della materia cerebrale: allora come si può accusare l'esteta, che, nella selezione del proprio partner, presta attenzione a ciò che il viso e il cervello di questo offre, di cedere a dettami ascetici essendo egli con tutta evidenza un amante della lussuria? Questa non può certo essere indentificata con elementi come il seno, la forma che eccedendo la forma la deforma, i quali esercitano la loro attrazione giocando essenzialmente sul principio dell'utilità del suo adoperarsi. Piuttosto non possono trascurarsi l'inutilità lussuriosa e lussureggiante dell'evitamento positivo costituito dal linguaggio verbale, o meglio dalla sue concreta espressione nella voce, che costituisce un'ulteriore presa di distanza dal dato biologico e fisico più triviale: con essa l'essere uomo tocca tutto senza tangere alcunchè; sublima la sua forma. Ma se queste rigorose argomentazioni non hanno ancora convinto il lettore meno avveduto, offriamo un ultimo incontestabile argomento affinchè appaia evidente che qui non si propaganda un' ascesi di alcun tipo nè tantomeno un qualche disprezzo per il corpo. Quella fetalizzazione delle forme, che ci sentiamo di benedire, si sostiene in un processo di mutuo rafforzamento, anche sul piano simbolico, tra due poli solo apparentememente irrelati: i genitali femminili e il viso di entrambi i sessi. La stabilizzazione al livello fetale della posizione dei genitali della donna nella zona subcaudale consente alla coppia umana di copulare face-à-face. La sessualità è potuta finalmente diventare visione.
Si diceva all'inizio che il viso è ciò che dà (es gibt), spieghiamo ora meglio in quale senso. L'espressione tedesca testè ricordata vale anche come l'italiano "c'è" o "ci sono", quindi come indicatore di esistenza. Non può passare inosservato che il defunto nella bara viene spesso coperto integralmente dal duro legno ad eccezione del volto, a mostrare ciò che fino alla fine si dà da vedere finchè qualcuno c'è in una presenza che sta per assentarsi per sempre. Coperto il volto, l'individuo infrange il vincolo con l'essere.
Ma quali sono i pericoli che l'esteta corre a parte quello della derisione ad opera dei più abietti fornicatori e autori di ogni impudicia nel novero dei quali si trovano non pochi dei nostri lettori? Egli, in quanto attore dell'autentica lussuria, è colui che più di tutti si espone al pericolo della disinibizione, dell'eccedenza pulsionale, in altre parole, nessuno più di lui rischia di soccombere alla mania. La verità dell'uomo autentico, dell'esteta, è quella ricchezza di mondo di colui che sfugge alle sbarre della gabbia ambientale e si impoverisce di inibizioni. Il destino dell'essere capace di verità è la condizione di colui che fallendo nel proprio essere animale si è fatto mostro, la sua maledizione è la bellezza.
(1) Le riflessioni che qui seguono (ma sono sicuro che la quasi totalità dello stoltume che costuituisce i miei lettori si sarà avveduto della nota solo alla fine) sono il frutto di un trasparente fraintendimento di posizioni di pensatori quali Bolk, Sloterdijk, Heidegger e altra compagnia allegra e che prese nel loro originario contesto avevano un senso e una dignità che io mi sono ripromesso tenacemente di togliere loro.

mercoledì 13 maggio 2009

Cave canem

Interrompo il non del tutto inopportuno lungo silenzio proponendo al lettore un dettagliato e ragionato resoconto di recentissime esperienze dell'Autore. Martedì 12 maggio, sopraffatto dalla sete di giustizia e da un irremovibile moto della volontà, mi sono deciso a non remunerare con il non dovuto il parcheggiatore più degno di piazza Dante. Verità esige che non rimaniate all'oscuro del gustoso antefatto che risale ad un paio di settimane fa: quel nobile moto di ribellione contro l'inveterato sopruso, ad onor del vero, fu benignamente destato da un diniego del quanto mai vile parcheggiatore in questione. Avesse egli continuato a limitarsi a chiedermi denaro quando avessi trovato posto per la mia auto avrei potuto anche chiudere un occhio, ma avendomi quel tipo impedito di parcheggiare perché doveva riservare diversi posti ai professori la mia indignazione non poteva essere repressa ancora una volta.
Ebbene, decisomi a non pagarlo, non contavo mica di averla fatta franca, perché in un'altra occasione, anni fa, non disponendo di monete, non avevo potuto dargli quel che esigeva ed egli mi aveva dato ad intendere che la mia insolenza non era passata inosservata facendomi trovare alzato il tergicristalli della mia auto. Questa volta mi ha raggiunto nel cortile della facoltà, ma quella figurina non ha avuto neanche il tempo di dir nulla che gli ho espresso la mia intenzione di non voler parlare con lui, di non volerlo vedere davanti a me e di non volerlo pagare, nè in quel momento nè in futuro. Intimidito come non mai, attingendo al suo repertorio di furfantello non ha potuto fare altro che dire che era venuto a cercarmi solo per chiedermi perché al suo saluto, quella mattina, non avevo risposto. Naturalmente colui che ha per consuetudine in cotanto spregio il saluto quanto Giuda la fedeltà al Cristo di Dio non aveva alcuna tenera intenzione di salutarmi o di capire che cosa poteva giustificare un mio eventuale mancato saluto, ma il sottoscritto lo aveva stordito per bene. E devo ammettere a tal punto che il Dell'Ombra, testimone della scena insieme alla sorella (sicuramente più saggia e giusta del fratello), non ha esitato a prendere le difese del parcheggiatore, credendo di dover distribuire salomonicamente meriti e torti tra i due contendenti; ma questo novello Salomone non si è avveduto di aver diviso le porzioni con il senso della giustizia rappresentato non dalla bilancia di Atena, bensì da quella truccata del fruttivendolo sottocasa. Il nostro retto giustiziere, valutando il tono della mia voce e la presunta corrività del mio linguaggio, non riusciva a capire che il sopruso da me subito, la vile intimidazione patita sin nel più intimo recesso della mia isola felice, costituita da quel luogo che tuttavia non posso che assimilare ad una cloaca, erano qualcosa di intollerabile che giustificava la mia reazione non priva di pathos. Che cosa avrebbe preteso quell'educanda del Dell'Ombra? Sappiate che fatico a non ridere nello scrivere che il novello Salomone, di fronte all'inerme parcheggiatore, ha avuto la temerarietà (si intende, da un punto di vista teoretico e non morale) di muovermi il seguente rimprovero: "Smettila, non puoi trattare le persone in questa maniera!". Al che io, con la lucidità che contraddistingue i miei giudizi antropologici, ho risposto senza tema alcuna di errare: "Ma questi sono cani che meritano solo legnate!" Tuttavia in quella circostanza neanche il più esemplare rigore delle mie argomentazioni poteva scardinare le posizioni teoriche, certamente non prive di conseguenze negative nel dominio della prassi, dell'ingenuo amico, fedele fino alla soggezione al corollario secondo cui bisogna mantenere la forma anche quando si subisce il più orrendo dei misfatti, altrimenti si passa dalla parte del torto; corollario che discende con una qualche coerenza dal postulato secondo cui non ci si può allontanare mai dalla rigida distinzione tra interiorità e apertura alla dimensione pubblica. Certamente coloro che tra voi conoscono quella bizzarra e a tratti inquietante figura del Dell'Ombra riusciranno a vedere perspicuamente nei detti corollario e postulato l'impronta caratterizzante del suo intero corpus dottrinario e forse saranno in grado di capire financo come quelli facciano il paio soprattutto con la dell'ombriana aurea teoria dell'"impossibilità teoretica della coppia", se non altro per un'analoga coerenza logico-formale e per la quasi inconfutabilità delle loro conseguenze teoriche che li accomuna.
Ma torniamo al resoconto degli eventi, che sono tutto, come è vero che il Sein si dà essenzialmente come Ereignis. Il centro del nostro narrare e meditare deve rimanere il parcheggiatore abusivo, che trova un briciolo di dignità ontologica esclusivamente nel fatto che abusiva è l'esistenza tutta di tutti noi viventi mentre un discorso differente andrebbe fatto per le forme di esistenza inanimata (ma guardiamoci dal conferire al presente post una qualche dignità filosofica, chè gli Ereignisse in questione la rifuggono). Quando finalmente mi sono degnato di concedere un pur marginale spazio di replica all'inerme parcheggiatore, le mie incredule orecchie hanno dovuto sentire che per quattro anni mi era stato concesso (sic!) il posto per la mia auto e la mia mordace lingua si è vista costretta a dire che nessuno può concedermi alcunchè perché ad alcuno è dato il dominio sul suolo pubblico. Allorchè il confronto dialettico è proseguito pervenendo ad un'altezza retorica all'inizio insospettata e insospettabile e ciò per merito esclusivo del mio avversario, che ad un certo punto proruppe così: "In piazza Dante tutti sono a rischio di verbale; vabbene, tu non mi paghi e io non ti vengo a chiamare quando vengono i vigili urbani!". Così facendo si guadagnò la seguente risposta da parte mia: "Ma tu chi sei? Forse l'intercessore tra i vigili, l'autorità costituita, e il comune cittadino?". Tralasciamo le scontate riflessioni sociologiche che si potrebbero desumere dalla dichiarazione di generalizzata insicurezza che persiste secondo il nostro amato parcheggiatore, alfiere, a quanto pare, di ciò che da decenni la sociologia definisce la società dell'emergenza, creata dai potenti per tenere sotto scacco la psiche delle masse, e che l'occhio del lettore il cui sguardo non si arresta pigro poco distante dal proprio naso saprà sicuramente vedere in prospettiva come il preambolo di una futura società dell'urgenza (da cosiderarsi come intentio fenomenologicamente intesa verso il cesso) e piuttosto consideriamo che il parcheggiatore non è stato più in grado di riprendersi dalla heideggeriana Heimatlosigkeit ("spaesatezza": lo scrivo soprattutto per quell'indotto teorizzatore della dottrina dell'impossibilità teoretica della coppia) che lo ha vinto al sentire la parola "intercessore", da lui probabilmente connessa etimologicamente, sulla scia dell'opera di Isidoro di Siviglia, con il gruppo lessicale che ruota intorno alla radice "cesso".
Alla fine, tutto è bene quel che finisce bene sebbene tutto sia male quel che inizia: un nuovo è più efficace inter-cesso-re (la sapienza linguistica di chi individua in questa parola la radice "cesso" è qui dimostrata dal fatto che l'individuo cui accenno è riconosciuto, seppure un po' imprecisamente dal punto di vista tecnico, come bidello e quindi cultore del gabinetto) ha convinto il mio avversario a sloggiare, probabilmente facendogli notare che si era messo contro un povero idiota senza arte nè parte. Ma che cosa avrei potuto pretendere di più? Siamo in Italia e mi sono pure dovuto sorbire la seguente degna riflessione del mio salvatore: pagare cinquanta centesimi al parcheggiatore è meno ingiusto di pagare di più per parcheggiare sulle strisce blu; praticamente la messa in forma della giustizia non secondo la nozione di legittimità bensì secondo quella del danno maggiore ai miei personali interessi senza considerare minimamente che remunerare un parcheggiatore abusivo significa beneficare un delinquente nelle sue attività private o nel suo essere parte di una organizzazione criminale più vasta mentre pagare il comune, in linea teorica, equivale a dare il proprio contributo alla comunità. Se con il novello Salomone eravamo di fronte alla giustizia rappresentata dalla bilancia truccata del fruttivendolo sottocasa, in questo caso siamo al cospetto della messa in opera della giustizia posta in effigie nella bilancia del fruttivendolo ambulante che dispone la scadente mercanzia sulla propria ape motorizzata.
Ma la tensione morale del mio post non ha ancora raggiunto il suo culmine. Che dire dei grandi manovratori? Che cosa conferisce ai parcheggiatori abusivi il potere di imporre l'estorsione a tutti noi, potere prima di tutto morale e solo in secondo luogo pratico? In altri termini, quale pastoia morale impedisce al parcheggiatore di uscire fuori dal prorio recinto di ignoranza e cecità e giungere alla chiara e distinta comprensione di chiedere ogni giorno l'elemosina ad ognuno di noi, visto che esemplari come lui non esplicano alcuna funzione sociale se non quella di renderci chiaro quanto noi esseri normali siamo superiori a certo fondo di bottiglia? La responsabilità di tutto è dei docenti che danno la paghetta mensile o settimanale a quei brutti ceffi. L'ibridazione antropologica tra le due sottospecie è del resto evidente nell'avvicinamento del linguaggio e del pensiero degli uni a quelli degli altri; ma forse gli uni non sono mai stati distinti dagli altri e certi rudimenti biologici di alcuni docenti, come consistenti mazzi di chiavi e marsupi, si possono spiegare solo quale eredità, per l'appunto biologica, di tempi apparentemente trascorsi.
In conclusione (era ora, avrà sospirato il paziente lettore, che ormai boccheggiava e/o sbadigliava), errai, candido Dell'Ombra, assai gran tempo e di gran lunga errai, per parafrasare la palinodia dell'amato e venerato Leopardi, che avrebbe ridicolizzato magistralmente i vizi e i costumi presenti dei siciliani e degli italiani tutti come fece con quelli dei suoi contemporanei, comunque migliori dei nostri, se non altro perché non sono più. Sì, errai, ma non perché dimostratomi ingiustamente irriverente nei confronti dell'in-(v)erme, considerato che non gli ho mica ricordato da quale utero era stato partorito e che nonostante ne abbia parlato con te, seppure in sua presenza, con intento neutralmente definitorio, come di un cane cui infliggere bastonate non l'ho nemmeno toccato, essendo io non ancora versato nella regale arte della lotta col bastone, piuttosto perché quel giorno la mia eloquenza è venuta meno lasciando che mi impappinassi in più momenti. Perché capiscano anche i tonti: nella presente era geologico-metafisica dell'impossibilità della morale, di ogni morale, e del prevalere della tecnica, il mio unico rammarico è di aver parzialmente fallito al livello della tecnica. Ad ogni modo, da martedì avrò sempre da temere qualche ritorsione e in pochi difenderanno colui che, invece di essere considerato a buon diritto un impavido eroe sprezzante del pericolo (di quel pericolo sempre presente quale oggetto del pensiero che solo si può fregiare degnamente di questo nome, per dirla con echi nietzscheani), nel migliore dei casi verrà considerato un povero idiota, nel peggiore un insopportabile distruttore delle tradizioni più sacre, in quello pessimo tutte e due le cose precedenti più il fatto di essere un rompiballe da circo. Pertanto il mio motto, d'ora in poi, dovrà essere prudentemente: cave canem.

domenica 29 marzo 2009

L'anno compiuto

Il compleanno è occasione, poco importa di cosa, molto più rileva per che cosa. I festeggiamenti relativi al compimento dell'anno sono pressocchè universalmente diffusi nel cosiddetto dominio della civilizzazione ma il loro significato rimane nascosto a coloro che si danno da fare per festeggiare. E si danno da fare sul serio, giacchè di impegno si tratta, benchè l'elemento d'automa non manchi quasi mai. Si sarebbe anche tentati di affermare più benevolmente che piuttosto che di qualcosa di automatico, cioè di naturale decaduto a meccanico, si tratti di qualcosa di cosmologicamente ritornante, come la descrizione, appunto anche annuale, delle orbite degli astri, ma purtroppo è allora che una saggia e impietosa lucidità interviene per restaurare i vecchi proponimenti: non si elevi al piano universale ciò che riguarda il più misero particolare. L'universo ha ben poco a che fare con le ridicole vicende dell'individuo, sia esso anche un pianeta, pensiamo un piccolo impasto di carbonio e acqua impura. Cionondimeno questi urla per farsi sentire: è nato e non è ancora passato sotto il dominio dei vermi. Il suo più franco desiderio è quello di allontanare il più possibile da sè la soglia del trapasso e tuttavia festeggia se un anno è già trascorso. Non esiste uomo retto; retto sarebbe quell'uomo che guardasse dritto davanti a sè, senza fermarsi alla stazione annuale e sereno di fronte al suo destino mortale si abbandonasse ad esso senza precipitarvisi, ma nel tentativo di far retto quest'essere si rischia di vederlo spezzato.
Ma come festeggia nella nostra porzione di mondo colui che in verità non avrebbe nulla da festeggiare, perchè sebbene voglia egli rallegrarsi non di aver visto trascorrere un anno bensì di essere sopravvissuto ad esso gli sfugge che ad un sopravvissuto è più adatto il tirare un sospiro di sollievo e non la baldoria? Come accennavamo prima, da automa. Il canovaccio è sempre lo stesso: ci si ingozza con roba immangiabile nella quotidianità benignamente illuminata dalla lucidità, si beve robaccia perchè così impone l'augurio, si sosta di fronte a dispositivi che impressionano e registrano le degne effigi di festeggiati e festeggianti (tanto oggi tocca a me ma ricordati che domani tocca pure a te) e non si riesce a fare a meno di dire le tradizionale sciocchezze del caso. Quante volte le orecchie devono sentire frasi come "esprimi un desiderio!", "sei un anno più vecchio", "sarà un anno migliore" (preso in prestito dal capodanno, ormai onnipresente nella nostra società dell'eterno incominciamento quasi quanto il carnevale)? Basterebbero queste espressioni di stupidità verbale ben fondata al livello della fisiologia cerebrale che solo per non conferire un'immeritata tragicità alla faccenda non si definirà "patologia" per comprendere quanto sciocco è l'uomo che festeggia il compimento annuale. In primo luogo si afferma chiaramente che è opportuno esprimere un desiderio (quasi si minaccia il malcapitato per convincerlo ad obbedire o gli si lascia intendere che è uno stupidotto se si lascia sfuggire l'occasione per farlo) e ci si dimentica che non c'è desiderio senza insoddisfazione, ma allora si dovrebbe trarre sicura la conclusione che non c'è molto da festeggiare. Sulla seconda frase sarebbe ozioso dire anche solo una parola di più commentandosi da sè in bocca a chi vuole prima di tutto vivere; sulla terza si dischiude un mondo di senso: come fa colui che festeggia ad individuare saccentemente una teleologia retta sul miglioramento progressivo delle vicende umane circoscritte ad una persona in particolare? Le vecchie teleologie, anche quelle religiose, avevano più dignità, considerato il fatto che almeno si scomodavano i fini per l'umanità intiera o per una sua parte considerevole; adesso invece esse collassano sull'individuo singolo. Miseranda umanità: più diventa insostenibile sul piano teoretico la nozione di individuo e più il volgo se ne appropria facendola brillare della luce caratteristica della bigiotteria. Ma tornando diligentemente al nostro discorso, perchè codesti festaioli, se sono così sicuri del fatto loro, avvertono il bisogno di sperare in un anno migliore se sono già in una condizione in cui è legittimo far festa?
La verità, o quantomeno la menzogna più vera, è che invero nessuno desidera festeggiare l'anno compiuto, dacchè il compimento di una qualsiasi cosa è anche la sua morte in una cosa nuova e il misero volgo intende tenersi lontano da essa come si guarda bene di stare in pace, ossia di non vivere come sa. Ma questo rimarrà occultato nell'esistenza del singolo per molti anni compiuti.

martedì 10 marzo 2009

Tragedia, commedia e farsa

Niente di più stolto dell'uomo, se non il padre, che ha generato il figlio. Questo e quello, comunque, se cedono al desiderio di riflettere sulla consistenza delle loro esistenze finiscono per connotare come tragica la vita. Che si indugi quanto si voglia sulla tragicità del nascere e sulla necessità del morire, cose in fin dei conti tanto simili che solo il dolore può assumersi il compito di separare, mai però per più di qualche decennio nello stesso uomo, tuttavia la veste tragica costituisce solo la nobile maschera per qualcosa di meno dignitoso. L'uomo che ostinato cerca di sfuggire all'amara verità della propria poco fastosa condizione agisce come il condottiero che butta lo scudo per lasciare il campo di battaglia per entrare nel lupanare che non dista mai più di qualche passo dal teatro della guerra. Ecco che cosa offre la realtà da cui si intende distogliere lo sguardo: un po' dietro il proscenio della rappresentazione tragica ha luogo la scena; è qui allestita la commedia. Ma non è neanche in questo luogo che si esprime la vita dell'uomo, giacchè questa può essere qui, come ancora più anteriormente sul proscenio tragico, soltanto rappresentata ma non agìta e vissuta. L'azione che sostanzia l'esistenza dell'uomo è quella che si dà nella farsa del dietro le quinte. Guerre, ingiustizie, nascite e morti, sofferenze e gioie non possono esibire alcuna valida ragione per la loro comparsa sulla scena, tanto meno sul proscenio: non sono fatte per la luce della ribalta; vivono dell'Immotivato per sè. Individuare una trama causale per conferire loro razionalità è intenzione poco retta e financo disonesta.
Per non cedere il passo all'eccessiva genericità adduco solo un paio di esempi concreti avvalendomi anche di un video su una dichiarazione di Adolf Hitler. Egli, ritenuto spesso l'emblema del male tragico, costituisce tuttavia a ben guardare un valido esempio della natura farsesca della storia. Natura meno che comica appalesata da un soltanto maldestro tentativo di comicità dell'imbianchino prestato all'oratoria politica:

Certo, gli attenti osservatori delle faccende italiane di questi anni potrebbero obiettarmi che al confronto della sciagurata situazione attuale del nostro Paese tra il '33 e il '45 del secolo scorso, in Germania, si assistette a una tragedia con tanto di opportuno finale, il suicidio del protagonista, mentre da noi un comico da osteria sproloquia indefesso e indisturbato mentre la resistenza civile è affare dei comici di professione, ma tutto ciò non fa che confermare che siamo al rovesciamento farsesco proposto dai tempi nel Paese dalle tradizioni più avanguardiste e sperimentali al mondo. In fin dei conti il cabarettista da birreria ebbe come capocomico un italiano. Del resto la supposta tragicità del Reich tedesco ne risulterebbe immiserita se solo si pensasse che un regime militare come quello nazista veniva dominato da un semplice caporale. La guerra venne diretta da un caporale: questo potette vantare il secolo che si ritenne più accentuatamente tragico. Rimane il fatto che, in passato come oggi, la situazione italiana funge da lente di ingrandimento per la comprensione dell'umanità planetaria: sotto la sua luce tutto è più chiaro.
Proposto l'esempio precedente forse non stupirà neanche la seguente argomentazione. Come non avvedersi della sostanza farsesca, non tragica e neppure comica, dell'esistenza umana quando non la natura infligge un duro colpo all'esistenza dell'uomo, bensì un altro uomo compie il cosidetto male senza esserne consapevole o, cosa di gran lunga più importante, senza sentire, senza avere percezione emotiva di ciò che compie? Nello stupro la vita di una persona viene distrutta, eradicata, eppure nell'animo dello stupratore solitamente non è presente la ferma volontà di annientare un'esistenza ma piuttosto si afferma in quella spregevole incoscienza l'indifferenza per la sorte dell'altro, che si rende oggetto di un gioco il cui divertimento si può presto dimenticare come ciò che di più accidentale si possa dare. Qui come in davvero pochi altri casi analoghi appare in tutta la sua evidenza la connotazione farsesca dell'esistenza. Dove è qui la lotta tra il bene e il male o tra il giusto e l'ingiusto, tra un eroe e un antieroe, appare forse un deus ex machina, si compie un'espiazione per un'azione compiuta?
No, di compiuto rimane solo il non senso.

venerdì 27 febbraio 2009

Il carnevale

L'iperbole si è fatta metafora: ciò che in tempi dignitosi era una tantum oggi è sempre e contro ogni necessità. Non si può più percepire alcuna esagerazione, piuttosto un'abitudine meccanica che vale come habitus inestirpabile quanto dannoso. Lo spirito carnascialesco pervade ogni dì della nostra esistenza, tentando così di respingere gli assalti del senso tragico, tuttavia non fa che elevare un baluardo di misera farsa: la commedia, ancor meno quella divina, è cosa assai lontana a vedersi. Il risultato più evidente è un miscuglio di mestizia, mancato controllo delle emozioni, assenza di scopi e scellerataggine senza freni, vale a dire ciò che di più significativo offre la festa del carnevale da qualche tempo a questa parte. I partecipanti avvertono il dovere di stare allegri, ma, tenendo il sentimento dell'allegria dietro al pensiero fisso e determinato di qualcosa, finiscono essi per perdere sin da subito la spensieratezza che converrebbe a chi dovrebbe abbandonarsi alla gioia. Quali uomini infelici coloro che si riprometteno di far baldoria prima della Quaresima! Si illudono di annegare nello stordimento del non senso le cause, peraltro tutte legittime e fondate, della loro tristezza e invece preparano a loro stessi un rimedio peggiore del male contro cui si vorrebbe combattere. Alla chiusura dei festeggiamenti è tutto un agitarsi di sensazioni di delusione, sempre sicura e generosa conseguenza di aspettative smisurate, irrequietezza e senso di panico, tipico di colui che nel buio ha perso la fioca luce dell'ultima lanterna che per un attimo ne aveva illuminato l'andare a tentoni.
Di vere maschere non si parla affatto, giacchè nessuno ha il coraggio di mettersi una maschera per coprire la propria bella faccia e ancor più il proprio animo sempre sospeso sul ciglio di un abisso di abiezione senza ritorno. Così, se è vero che non si dà persona che non sia maschera, si arguisce subito che a carnevale non si avvista neanche alla lontana una persona.
Qualcuno si ostina ancora a vedere nel carnevale la riemersione del dionisiaco o il ribaltamento della quotidianità ma quando la farsa segna ogni momento della vita sociale e la sfrenatezza si offre come il ritmo monocorde di un agire insensato e senza riguardi per nessuno, neanche per se stessi, e non rivolto ad una percezione globale e anindividualistica dell'esistenza ma piuttosto l'ultimo ed estremo tentativo di soffocare l'esistenza dell'altro allora non vi è posto per Dioniso o per rovesciamenti del mondo. Entrambi, del resto, non possono che cozzare con il bieco conformismo cui è asservito l'animo di coloro che festeggiano il carnevale dei tempi odierni: qualora il malcapitato di turno, tratto a forza nei festeggiamenti non di rado da amici o conoscenti infidi, si trovi nel turbinio dello stordimento non può sottrarsi ad esso ergendosi a spettatore disinteressato perchè insidiose figure, talvolta di uomo tal'altra di donna, lo costringono a concedersi al ballo o ad altre analoghe attività all'apparenza festose. Egli viene tacciato del crimine ritenuto più ripugnante: non volersi divertire. Non si concede spazio negli intelletti di quei festaioli all'ipotesi che sia più eccitante trovare trastullo con modalità altre. Che spasso agitare gli arti e magari anche il busto assecondando le melodie più eleganti diffuse da portentosi impianti stereofonici e il cui testo (qualora non indegno sia adoperare questo termine per l'insieme incoerente delle parole giustapposte alla musica in questione) costituisce qualcosa di più di un esplicito bombardamento subliminale a che si giaccia in coppia o in gruppo, il che , in quest'ultima soluzione, farebbe ancora più allegria! Ma niente paura! In queste circostanze si parte da propositi bellicosi, lo dico all'insegna dell'indissolubile coppia Ares- Afrodite, per non addivinire a niente: tutti hanno più paura del solito dell'altro e dell'altra. Si concepiscono più pargoli durante le giornate mondiali della proba gioventù cattolica. Ma per non discostarci molto dal tema sessuale, quale errore sarebbe sottovalutare l'emersione del prepotente desiderio maschile di indossare abiti femminili? A frotte non si fa che attendere il carnevale per potersi travestire da donne, per lo più nelle vesti di figure femminili quanto mai licenziose.
Ad ogni modo è giunta la Quaresima e la farsa torna ad essere, seppur di poco, meno intollerabile: chi non ha mai dovuto capitolare di fronte alle imposizioni materne i venerdì che precedono la santa Pasqua, quando ci si vede costretti a mangiar pesce piuttosto che carne e, fatto più grottesco che mai, in risposta alle proprie stringenti argomentazioni contro questa pratica penitenziale priva di senso ci si deve sentir obiettare che è peggio per noi se non vogliamo farci una bella mangiata di pesce? In verità, in verità, vi dico: la gente non vuol far mai autentica penitenza tanto quanto non vuole concedersi all'autentico divertimento.

lunedì 16 febbraio 2009

Die anthropologische Entartung o descensus ad animalia

Oltre a costituire un facile puntello alle vanità del vostro Autore, il duplice esotico titolo che fa bella mostra di sè qui sopra vuole dar conto di una triplice dimensione dell'essere umano. Ebbene sì, quanto segue potrà non avere una spina dorsale ma è tricipite, vantando peraltro tre belle teste: la prima tedesca, l'ultima latina e quella di mezzo, neanche a dirlo, italiana. Quando è in questione l'esplicitazione delle zone di latenza che avvolgono l'homo sapiens, soprattutto nella sua espressione più estrema e radicalmente inumana (il che, però, non equivale a dire sempre disumana) non ci si può astenere dall'aver commercio con la favella teutonica; allo stesso tempo, avvistata una qualche degenerazione, è quasi sempre opportuno metterla in forma per impedirne una pericolosa uscita dai contorni affidandosi alla medietà rigorosa della lingua di coloro che furono per lo più scrupolosi giuristi e non agitati pensatori (il contrario degli uomini di Alemagna). In un simile contesto interviene infine il compromesso, l'italiana disgiunzione che tutto coordina e quindi pacifica.
Dopo le oziose divagazioni, che non sono mai un fuggire dalla Cosa bensì un tenero girare attorno ad essa del corteggiatore, passiamo al dunque. L'oggetto in sè che getta una luce sinistra sui processi degenerativi in seno alla nostra specie, ciò che insinua nell'elemento antropologico una Enthartung, che porta a fare un passo indietro (Rückbildung) ad animalia, verso un abisso di amoralità in cui non si offrono più distinzioni tra il bene e il male, è costituito dal modus operandi dell'automobilista, del pedone, di colui che è preposto a dirigire il traffico e, andiamo sicuri alla radice della questione, di colui che anche solo respira nella serra catanese. Herder (un monito per i lettori, in particolare i meno diligenti: quando lo leggete, mi raccomando, pronunciatelo bene), il grande filosofo tedesco del Settecento che individuava nelle culture umane delle serre in cui la natura sviluppava le proprie figure in maniera protetta, oggi sarebbe stato posto di fronte all'inevitabilità di osservazioni che lo avrebbero condotto a funeste previsioni per la nostra sciagurata specie. Infatti si sarebbe avveduto di come le serre culturali, anzi la cultura in sè, non sono che l'estremo segmento di un percorso che da una pseudouscita da una natura ritenuta mancante conduce fino ad un'involuzione che non sarà arrestata sin quando una di quelle serre non sottrarrà l'ultima chance di respiro a chi le abita.
Ma ancora una volta la nostra discussione segue il perimetro della cosa e non la penetra. Affrettiamoci a rimediare e facciamolo con la brutalità richiesta dalla Cosa stessa (die Sache selbst). L'automobilista catanese o, per meglio dire, l'abitante del veicolo, non riesce ormai più a riconoscere nell'automobilista altro da sè, vale a dire nel suo avversario, un proprio pari, il che lo induce a ritenere legittimo fargli correre ogni rischio possibile, fino a quello estremo della morte. Ogni arma, tattica e strategia sono concesse e financo raccomandate: passaggio di incroci nonostante il semaforo imponga l'arresto della marcia, zig zag in strade non poco affollate di forme vitali di ogni genia, parcheggio selvaggio senza misericordia alcuna per coloro che non desidererebbero rimaner reclusi a domicilio per l'ostruzione del passo di casa e per quegli altri che vogliono ancora circolare dentro i loro veicoli per strada, mantenimento di un'andatura mirante a stabilire record di livello se non mondiale almeno olimpico. L'elenco, per un preciso imperativo morale, non può chiudersi qui ma le necessità dell'impianto argomentativo richiedono una sterzata su altre corsie (sempre con la massima imprudenza).
Occorre chiedersi se una tale intollerabile fenomenologia sia espressione di un occasionale e incoerente modo di agire del catanese o se piuttosto, a ben guardare, non si debba ricercare in un nucleo solido centrale l'origo et fons di questo orrendo andar per le vie. La risposta è che tutto ciò deriva dalla pertinacia con cui la natura opera nell'abitante di questi luoghi; in altri termini, urge una comprensione di una specifica ontologia regionale. E' nell'essere di colui che è frutto di una lunga evoluzione che in lui rivela se stessa che va trovata la quintessenza del suo più candido disprezzo per le unità finite a lui affini che stazionano nelle sue prossimità. Per l'abitante di questa ontologia regionale, a ben vedere, l'altro è meno che un nemico, neanche un avversario indegno, costituisce piuttosto un mero ostacolo. Questo è il pedone, questo l'altro automobilista, forse ancor meno che questo colui che dirige il traffico. Da tali autoevidenti principi teoretici che riconoscono la nullità dell'alterità discende l'etica più franca che si possa dare, quella espressa dalla celebre massima della sapienza antica: ego deus mi ipsi lupus tibi. L'idea è perfettamente legata alla prassi e di conseguenza quest'ultima non può essere sconfitta. Neanche una minima parte dell'incrollabile diffidenza che da essa nasce nell'animo di ognuno di colui che sulla strada indefesso lotta per una vittoria che mai sarà definitiva bensì breve come una svolta a destra può andar scalfita. L'accenno del rispetto di una qualche regola del codice stradale genera subito in chi ne è spettatore e fortunato beneficiario dubbio, diffidenza e l'atroce sospetto che un male peggiore si stia preparando: qualcuno più furbo dei furbi, secondo le modalità della più scaltra decettività, tende un'insidia che avrà il valore di uno smacco che non potrà essere vendicato. D'altronde, se quell'azione benefica e corretta sarà opera di un raro uomo dabbene si rivelerà in genere un unicum in quanto questi, vista la mancanza di gratitudine e il timore del beneficiato, si guarderà bene dall'essere nuovamente così moralmente audace. Ma ciò che più si afferma come segno rivelatore della degenerazione antropologica non è tanto da individuarsi nello scadimento morale del crudele automobilista, che, truce, cerca di intimidire l'ostacolo per impedirne l'anticipazione della mossa o che lascia passare il pedone solo se esso appare sotto le sembianze di un esemplare di età inferiore agli otto lustri, con abbigliamento che non nasconde molto e segnatamente le ghiandole mammarie, che devono presentarsi di non irrilevanti dimensioni.
Un analogo discorso si potrebbe fare anche per quella pur inquietante figura di pirata e corsaro che è il motociclista, mai domo, come del resto il conducente della forma tutta siciliana di motorizzazione che è l'ape, il quale, inscindibilmente dal veicolo che guida, costituisce un rudimento biologico da offrire generosamente allo studio e alle ricerche dei biologi di ogni contrada planetaria. Neanche l'indifferenza e l'indomita pigrizia di colui che ha il nome di vigile e la qualifica di nullafacente deve indurre a scorgere l'ultimo avamposto della degenerazione dell'uomo, anche se non si vuole trascurare che a quelle già pregevoli qualità morali egli aggiunge un'ineliminabile pusillanimità con l'automobilista medio e un ostentato coraggio che fa da degno orpello all'esibizione vuota di un'autorità senza alcuna autorevolezza di fronte a qualche inoffensiva e indifesa donzella. Più esattamente, l'intelligenza della questione antropologica in esame trova il suo segno distintivo più facile a trovarsi nella figura esistenziale del pedone: è in lui che si ravvede la più scioccante perdita di umanità, almeno nell'accezione di un'umanità che fa ancora parte del mondo animale. Egli non percepisce più il pericolo: ciò che sul piano evolutivo è il motore dell'esistenza e del suo schietto progresso viene a mancare. Neanche la vita è più degna di essere preservata dai proditori attacchi di quegli dei a se stessi e lupi al prossimo che già indegna la ritenevano. Una forma di esistenza che non brama di vivere è destinata ad estinguersi, segnatamente nell'ora dell'estremo periglio: all'uscita dei fanciulli dalle scuole, quando il caos cosmico collassa tutto intero nella serra catanese. A ciò potrebbero essere aggiunte riflessioni sparse a mo' di corollario ma ci si limiterà a dire in proposito solo quanto segue: il primato spaziale che viene corroso nella perdita della percezione del pericolo e quindi della distanza fa da pendant con la sempre più acuta incapacità di valutare gli spazi che vengono di volta in volta concessi all'individuo immerso nel traffico. Non si ha più una percezione precisa dello spazio per parcheggiare, per attraversare, per sorpassare: prevale l'indistinzione dell'essere-che-non-sa.
E' il vicolo cieco del cammino evolutivo, la confutazione di ogni sviluppo senza intoppi del suo percorso, la dimostrazione che è dall'elemento culturale che verrà il colpo mortale all'immortalità dell'uomo e, allo stesso tempo, che è la stessa natura che agisce e corrobora nei tentativi umani di uscire fuori di essa chiudendosi in serre preposte al compito.
Non si concede allora speranza? Prima di abbozzare una risposta e di aggirare le obiezioni del lettore, che già prevedo, puntualizzo che ogni mio riferimento alle teorie di Herder trova il proprio sostegno nella mia quasi completa ignoranza in merito alle dottrine del filosofo in questione e in un correlativo adeguato fraintendimento di quel poco che in proposito conosco. Buon pro mi faccia.
Andiamo alle speranze, che valgono quali illusioni. Qualcuno obietterà che almeno le donne possono offrire qualche ragione di speranza. Certo, talvolta mostrano maggiore umanità, ovvero quel contenimento dell'aggressività intraspecifica tipica degli altri mammiferi. Qui l'umanità sembra trattenersi in se stessa senza uscire fuori per entrare nella cultura- serra catanese, ma è una vittoria di durata brevissima, come quella del più spavaldo e feroce automobilista della città. Se la natura si attarda ancora nella donna lo è per poco: essa, sotto la forma della cultura, dispiega quanto appare ancora prevalentemente sotto la specie potenziale e, con la forza dell'emulazione da una parte e della necessità imposta da un immediato principio di sopravvivenza dall'altra, finirà presto per allontanare la donna dall'animale e consegnarla al dominio di quell'umanità, che a dispetto dell'onnipotenza percepita e vantata nel connubio con la macchina (non si trascuri il significato dell'identificazione, nel dialetto siciliano, dell'automobile con la macchina per eccellenza), non ha davanti a sè prospettive di successo.
L'homo sapiens guarda indietro al suo passato animale con sdegno, se deve indicare una sua degenerazione addita il ritorno in quel mondo andato, che è il mondo di una potenzialità positiva ormai preclusa, si dà al futuro ma la sua umanità lo chiude ad ogni orizzonte di un ad-venire. Si va indietro.

sabato 31 gennaio 2009

La pena nella vita

Una volta gettati nel mondo la tragedia vede il suo cominciamento. E lo vediamo pure noi. E' chiaro: solo noi uomini, dacchè all'animale non si dà comprensione sufficientemente compiuta di ciò che pur vive, sente e soffre. Con l'esistenza si sconta una pena; la pena che trova origine e ragione nello stesso nascere e staccarsi dall'unità del Reale. Il susseguirsi dei dolori, degli impietosi rovesci che la sorte propone e impone, la noia di colui che non sente o sente in maniera così acuta da soccombere disorientato di fronte allo svolgersi ludico dell'esistenza, le fatiche che il soggetto esige a se stesso per smorzare quei dolori, quella noia e per sfuggire al pericolo del non senso che questa porta generosa in dote, tutto ciò prevale sul piacere, isolato bastione nel deserto di un'esistenza senza vita. Certo, nelle piane del deserto anche una modesta casupola è visibile a chi ha smarrito la strada seguita dalla carovana e pure da lontano, cionondimeno tutto intorno rimane arido. Così, analogamente, il piacere, si concede all'occhio dell'uomo che, immerso nell'infelicità e financo nella disperazione, lo brama; la meta pare vicina ma rimane inaccessibile.
L'uomo non se ne avvede: la sera si abbandona al sonno senza riflettere che la giornata non ha offerto vere gioie ma tutt'al più fatiche non intollerabili che hanno distolto dalla mancanza di significato dell'esistenza che si prova a vivere. La meta è spostata sempre avanti: il bambino sogna di diventare ragazzo, questo vagheggia le gioie della vita da adulto non senza talvolta rimpiangere già il passato recente, nell'uomo maturo incomincia non di rado a prevalere il rimpianto sostanziato dal ricordo ma l'illusione non desiste ancora del tutto. Forse nemmeno l'anziano trova serenità, pur nella consapevolezza della propria infelice condizione, ma quella si concede solo al vecchio e per mere ragioni fisiologiche; il che equivale a dire che la serenità si concede senza ragione ma per istinto, o meglio per mancanza di istinto. La natura sembra qui sconfiggere se stessa e donarsi un po' di quiete. Lo stato dell'animo che nessuna saggezza proverbiale o da vecchia nonnina può concedere perchè ignora bellamente che il dolore, qualsiasi dolore, dolore rimane anche se pensato e trasformato in vero Pensiero; la solidità ontologica del dolore è inscalfibile e non costituisce alcun tesoro di cui fare esperienza: essa incide nell'Essere una ferita che mai può rimaginarsi, tantomeno nell'essere che sente e che pena.
Si verificheranno certamente delle eccezioni ma quanto rare! Si consideri solo il numero dei filosofi che sono riusciti almeno a morire felici, perchè se si cerca tra coloro che felici hanno vissuto lo scoraggiamneto è inevitabile. Affinchè un uomo possa provar piacere, il che, si badi bene, non significa ancora l'accesso ad una presunta possibile felicità, occorre che più fattori concorranno al lieto risultato: un sistema nervoso adeguato allo scopo, il benigno conforto della sorte e della storia. Ma probabilmente il nostro sistema nervoso non è fatto in maniera tale da poter accogliere e produrre piacere per un tempo sufficientemente lungo da dar luogo ad un pur breve stato di felicità. La memoria suggerisce al soggetto che ha la fortuna di trovare il piacere in un dato momento che l'esistenza non è solo piacere e lo abbandona al timore che esso presto cesserà. In altri termini, è l'identità stessa del soggetto e la continuità ontologica che esso costituisce a sbarrare ad esso le vie della percezione di un piacere duraturo, che solo mi sembra essere degno dirsi equivalente ad uno stato felice e beato. Ma non esclusivamente l'identità soggettiva rende impossibile la felicità bensì anche l'identità specifica: condividendo peraltro con ogni altra specie questo destino, la nostra memoria specifica esige che il ricordo del dolore si sedimenti in noi con maggior forza che quello del piacere, indipendentemente dalla frequenza con cui essi rispettivamente si presentano; è la logica della natura, la quale esige che alla specie come al singolo, in cui essa si esprime vitalmente, sia presente nella memoria ciò da cui deve rifuggire per continuare a sfuggire alla morte. L'esistenza senza vita va vissuta solo per sfuggire alla morte. Questa la raccomandazione della madre di parto di voler matrigna.

domenica 25 gennaio 2009

Riflessioni su fatti di cronaca con in allegato una postilla e un giudizio finale e conclusivo colorato emotivamente

I giornalisti si stanno dando un gran da fare per suggerire l'esistenza di un allarme sicurezza con particolare attenzione ai reati sessuali. Probabilmente, i casi registrati in questi giorni non fanno salire più di tanto la media mensile o annuale ma questo ha un'importanza relativa. Ciò che conta è che nel nostro Paese uno stupratore può godere degli arresti domiciliari per aver offerto una davvero generosa collaborazione agli inquirenti: confessare il reato dopo ventitrè giorni e solo dopo aver capito che il quadro indiziario era solido come un macigno. Nell'Italia degli indulti (una tantum) e dei patteggiamenti e dei riti abbreviati (ora e sempre, di grazia) una confessione val sempre uno sconto. E poi perchè non prendere in giro la vittima e la legge (la minuscola è d'obbligo) dichiarandosi pentito? Pentimento, gran bel sentimento lasciatoci in eredità dal Cristianesimo con tutto il corollario di facile vittimismo dell'aguzzino di turno (sic!), il quale, solo se costretto dagli eventi, mostra contrizione di fronte a Dio, al suo Dio, quello di chi ha stampato in fronte il marchio di Caino, e alla vittima. Naturalmente, se le informazioni offerte dai giornalisti sono corrette, il tale di cui dicevo poco sopra ha beneficiato degli arresti domiciliari anche perchè dettosi pentito. Certamente pentito sarà, ma di rischiare la galera (non più di un anno e mezzo di prigione e il resto tra arresti domiciliari e affidamento ai servizi sociali: tanto vale uno stupro; meno di una rapina in banca, a testimonianza che le cose valgono più delle persone): in queste settimane ha trascurato bellamente di offrire l'unico piccolo sollievo che poteva ormai concedere a colei che aveva seviziato, ossia presentarsi alle forze dell'ordine e vuotare il sacco. In un simile contesto suscita nausea anche il comportamento dei giornalisti e dei commentatori, tra i quali non si legge nessuna riflessione in merito alla falsità di questo pentimento. Gli stessi paladini dell'informazione che non esitano a dare tutti i particolari affinchè la vittima venga identificata da chiunque per poter concedere al pubblico l'occasione di soddisfare la propria morbosità non sono capaci di esprimere un giudizio articolato e si trincerano dietro la doverosa obbiettività della cronaca. Allora sorgerebbe spontanea la domanda: a che tanti operatori dell'informazione se poi tutti si limitano a vomitare ciò che battono le agenzie di stampa? Il tutto procede per dare l'illusione della libertà di informazione?
In quanti hanno levato grida di indignazione per i benefici concessi a qualcuno anchè perchè ritenuto "di buona famiglia"? Il riferimento alla famiglia, peggio ancora a quella buona che fa presto a diventare sacra. Niente di più vomitevole. La giustizia su differenti binari: se due individui commettono un medesimo reato il magistrato è autorizzato a prendere decisioni differenti benchè esso sia stato compiuto con analoghe modalità. Ancora più agghiacciante, se possibile, il livello a cui è arrivata o, non so ben dire, è ferma la mentalità degli uomini delle forze dell'ordine: colui che si è occupato delle indagini sullo stupro compiuto dal ragazzotto "di buona famiglia" ha dichiarato che questo bello esemplare "non è un criminale", adducendo a giustificazione della propria affermazione proprio la provenienza da una "buona famiglia", l'avere un posto di lavoro e perfino l'aver commesso il reato "solo" in preda ai fumi dell'alcol e della droga. Mi chiedo se questa genta sia superficiale o criminale: si dimentica pure che l'assunzione di alcol o droghe è un'aggravante e non un'attenuante. In quali mani siamo?
Siamo nelle mani di politici che con la loro non-azione legislativa costringono la magistratura a prendere provvedimenti sconcertanti. Siamo in balia di uomini di mero potere che hanno la spudoratezza di affermare che se si viene stuprati in campagna è anche colpa delle vittime e che sarebbe necessario un soldato per ogni bella ragazza. Lo Stato italiano non controlla il territorio, non esiste. Auctoritas, non veritas facit legem: da qui si capisca perchè non c'è legge in Italia. La deterrenza non ha alcun significato nel nostro Paese di brava gente. Del resto che cosa aspettarsi se il nostro diritto produce degli assurdi come quello di lasciare libero chi stupra perchè non idoneo a qualsiasi forma di detenzione, come successo qualche settimana orsono: se non si è idonei neppure alla detenzione come si fa ad essere idonei al vivere nel consorzio umano?
Piccola postilla su Craxi: a nove anni da ciò che la figlia ha detto essere stato un assassinio politico, il leader socialista non è più ritenuto un latitante morto all'estero per salvare la roba e sfuggire alle patrie galere ma un grande statista scomparso. Ancora una volta l'italiano non sa chi è il delinquente e chi la persona per bene. Ma non fa nulla.
Giudizio finale e conclusivo colorato emotivamente.
Considerato che coloro che dovrebbero occuparsi della protezione degli innocenti svolgono per lo più con superficialità il loro lavoro, preso atto che il fruitore di notizie è per lo più assetato di morbosità e una volta assunto che non si vedono allo stato percorsi per un miglioramento della situazione, non so che cosa dire sull'umanità ma degli uomini non posso che rimanere indignato della loro miserabilità.

mercoledì 24 dicembre 2008

Post natalizio o ad sexum pertinens

Non è da escludersi che il lettore più avventato veda nel titolo che non mi sono peritato di dare al presente post il superficiale quanto triviale tentativo di svilire i sacri valori custoditi dalla festa del Natale con il loro accostamento a qualcosa di ritenuto impuro; tuttavia si vedrà presto quanto questo giudizio sia ingeneroso prima di tutto verso il prudente autore cui fate l'onore di leggere le sue povere riflessioni e poi anche verso la vostra intelligenza (non so perchè ma così è).
Mi spiego. Così come il Natale celebra l'incontro dell'Essere con il Divenire, la sessualità, nel modo in cui cercheremo di intenderla qui, vuole permettere l'incontro dell'Essere con il Divenire. Naturalmente, se preliminarmente si è voluto tirare in gioco l'analogia di fondo di questo duplice incontro, adesso si dovrà pur proiettare sotto la più chiara luce il fatto fondamentale, ancora una volta duplice: mentre nella mangiatoia alla periferia dell'Impero è l'Essere che irrompe nel Divenire sottoponendolo ad una piegatura e financo spezzandolo definitivamente in due, nel dominio della sessualità il Divenire imprime il proprio carattere all'Essere, operazione che, va da sè, non può tuttavia avere un carattere definitivo, storico e tanto meno eterno. Ma ciò agli spiriti autenticamente filosofici, credo, basterà e donerà ogni gioia umanamente possibile.
Entriamo nel merito della questione. Oggi si fa tanto vanto nei paesi occidentali di un'ampia diffusione della libertà sessuale. Niente di più efficace per continuare a tenere sotto controllo i sani spiriti animali dell'uomo, che piuttosto vengono stornati per essere impiegati sui campi di battaglia, nella feroce concorrenza economica e nell'eterno agone per il successo sociale. La struttura patriarcale, fondata, in Occidente, sulla monogamia, permane pressocchè immutata; l'elevazione dell'adulterio a pratica quasi legittima non comporta un serio spostamento dei termini della questione; tutt'al più funge da sintomo. Analogamente, l'anarchia sessuale delle giovani generazioni non rende la nostra specie più intelligente e, nutriamo il più che solido sospetto, neanche meno infelice. Probabilmente l'effetto maggiormente degno di nota di tali comportamenti che si autodefiniscono "liberi" è solo lo slegamento della passione fisica dal sentimento. Un nuovo idealismo da una parte, un pernicioso dualismo dall'altra, animano questa novella ma già stanca umanità: il corpo e i suoi affari non sono faccende per il supposto spirito e i suoi sentimenti. Niente va contro il più superficiale commercio dei corpi e il contemporaneo adolescenziale desiderio di incontrare l'amore eterno e come in ogni buon dualismo che si rispetti, a difesa dell'impianto teoretico e della morale che gli conferisce significato e utilità, va cercata la buon vecchia ghiandola pineale. Facile oggi a trovarsi: il modello televisivo-cinematografico che le due parti eterogenee tiene insieme e la cui ardita composizione giustifica e incentiva. E lo stesso idealismo fa la sua parte: a dispetto di un'apparenza che vorrebbe far assumere alla carnalità del rapporto sempre maggiore normalità, oggi il corpo è visto come qualcosa di distante e quasi da non toccare. All'uscita da una discoteca o durante una festa non ci si conosce, non si conosce il corpo dell'altro e pur dandosi al sesso non si dà la benchè minima intenzione di conoscerlo. Gli occhi del partner rimangono ignoti, così come le mani che frugano curiose ma in preda al più terribile timore: il corpo appare tutto nei genitali; è lì solo che si mostra, spesso senza neanche concedersi all'occhio: si fa idea più che cosa.
Ma se affermiamo che questo modello di esistenza non funziona, non possiamo forse tentare di trovarne un altro? Perchè degli aristocratici dell'esistenza non prendono in mano la loro vita e, invece che limitare le gioie che provengono dalla sessualità o, su un fronte opposto e quindi speculare, disintegrarle in azioni che ne sviliscono il valore, non dimostrano che è possibile moltiplicare quelle occasioni di piacere, gaudio e seppur momentanea felicità? Non è forse possibile arricchire la propria altrimenti spesso infelice esistenza dedicandosi senza posa a relazioni amorose con più donne, con più uomini e perfino con più esponenti dei due sessi qualora il proprio istinto lo suggerisca? Intendiamo dire, non sarebbe legittimo e tecnicamente possibile per questa aristocrazia dell'esistenza amare più simili sulla base di un amore ogni volta diverso come ogn'ora sempre diversamente foggiata dal Divenire è la nostra presunta individualità? Non sarebbe allora il nostro io finalmente più libero di offrirsi alla necessità? A quella necessità dell'istinto che non ammette rigide limitazioni se non al prezzo di una perdita di vigore psichico? Quale scandalo costituirebbe tutto questo? Non viene forse predicata da millenni una dottrina dell'amore universale? Non dovrebbe ingenerare maggior scandolo questa piuttosto che quella di un amore tra più persone ma pur sempre tra meno che tra l'universalità tutta di questa nostra sciagurata stirpe? Allora forse a quei pochi fortunati l'amplessso non sarebbe più concesso per una consuetudine del fine settimana o della noia coniugale; l'abbraccio tra due umani non costituirebbe più qualcosa di simile a quanto si verifica tra due pugili che si cingono con le braccia per evitare i colpi dell'avversario: assumerebbe la forma di un avvicinamento autentico, foss'anche timido e prudente, tra due forme di vita che vogliono sfuggire al dolore, alla noia e al non senso; i presunti amanti avrebbero meno da temere dall'altro perchè l'amore perderebbe buona parte del proprio carattere di campo di battaglia in cui conquidere un'anima in maniera esclusiva e anche definitiva, benchè spesso si abbia la vaga consapevolezza che si tratti della definitività del momento, che pur sempre definitività è. Sottrarre all'amore il suo carattere egoistico: ecco la debolezza della nostra umile proposta che quasi cede il campo alla stolida utopia. Tentare ed esplorare nuovi territori, però, non è iniziativa da scartare. Non pretendere il cosmo dall'amato segnerebbe il primo passo, vederlo nell'insieme di tali auspicate molteplici relazioni amorose costituirebbe il secondo. La fissità dell'esistenza lascerebbe il posto ad un ritmo musicale sempre vario; la monoliticità della vita si scioglierebbe nella levità di un continuo fluire che non risparmia neanche un presunto e surrettizio io osservativo e che si dà la pena di cercare il godimento. In un gioco di specchi quegli aristocratici potrebbero cercare di vedere se stessi nella loro essenza più vera: il loro corpo, che è il corpo degli altri che amano e da cui sono riamati.

domenica 7 dicembre 2008

Post di denuncia

Il presente è un post su richiesta che ha come scopo quello di dar voce ad un mio amico, tal Giuseppe, che ha subito una bella quanto prevedibile ingiustizia. Come ho scritto qualche tempo fa, non c'è di che fidarsi della maggior parte di coloro che indossano una divisa e che vengono lautamente pagati per occuparsi della nostra sicurezza e della legalità. Leggete un po' che cosa mi ha raccontato il mio amico, che, nonostante si sia laureato da poco in filosofia e a pieni voti, si era degnato di fare l'onore all'Arma dei carabinieri di tentare di essere accolto come allievo maresciallo. Superato l'esame a quiz con un punteggio elevato e superate tanto le prove fisiche quanto quelle psicologiche col massimo del punteggio non senza avere perfino affrontato con successo delle prove supplementari, si è tuttavia visto estromesso dal concorso con l'odioso pretesto di avere una degenerazione vitro-retinica in un occhio. Per inciso, i medici della commissione hanno potuto verificare che Giuseppe ha dieci decimi di vista e se lui non avesse riferito loro di un intervento subito una decina di anni fa non si sarebbero accorti di nulla. Anzi, per dir meglio, l'oculista che lo ha esaminato non è riuscito ad accertare nessuna degenerazione. Peraltro il mio amico non ha alcuna degenerazione visto che l'intervento che ha subito era solo di carattere preventivo: quindi si può dire che non ha e non ha mai avuto alcuna degenerazione. Naturalmente lui non sa che cosa gli hanno fatto firmare dopo la visita oculistica non potendo vedere a causa dell'atropina ma prima di firmare gli era stato assicurato che era tutto a posto. Eppure poi è stato dichiarato inidoneo proprio per questa presunta e insussistente degenerazione vitro-retinica. Questo non fa che rendermi ancora più certo del livello dei mezzucci che vengono utilizzati in questi ambienti per raggiungere i propri scopi.
Ma non mancate di leggere anche quest'altra piccola ma ancora più grottesca esperienza patita da un altro candidato al medesimo concorso: un tale provava per il terzo anno consecutivo ad essere scelto e fatte le visite mediche si è visto scartato perchè secondo i parametri fissati è risultato due centimetri più basso del dovuto. Al che l'infelice si è visto costretto ad esclamare: "ma come è possibile? Due anni fa e l'anno scorso ero alto 166 cm e quest'anno 164. Come lo si spiega?" L'inteligentissima risposta dell'ufficiale è stata, pare dopo un uniziale momento di imbarazzo, che il candidato nell'ultimo anno si era ingobbito di due centimetri.
Andando al sodo per chi non lo avesse ancora capito, tanto il mio amico quanto quest'altro povero disgraziato non dovevano essere selezionati perchè non erano raccomandati. Del resto il mio amico era stato messo più volte in guardia anche da un ex-ufficiale dei carabinieri che peraltro, visto l'ambiente in cui si trovava, aveva deciso bene di cambiare mestiere. Non importa quanto vali ma da chi sei raccomandato, un po' come funziona all'università e in quasi tutti gli altri settori della nostra società. Non importa se sei sovrappeso o se sei ignorante come una capra come quel Piersilvio D'Agora di cui vi raccontavo in un precedente post, che una volta ebbe il coraggio di rispondere alla mia domanda su che cosa significava la parola che lui mi stava leggendo della querela diretta contro di me che quella parola (ben inteso: quella parola scritta sotto dettatura di un avvocato da un intelletto degno quanto quello del Piersilvio e appertenente ad ul collega di quest'ultimo in realtà non esisteva; chissà che cosa aveva dettato quell'avvocato!) significava "questo e quello", non dicendo in effetti nulla di sensato e anzi, incalzato dalla ripetizione della mia domanda, come uno scolaretto ignorantello mi disse che (facciamo finta) "derato" vuol dire "derato", non potendo ammettere che non ne conosceva il significato. Ma bisogna concedergli le attenuanti, quel termine non esisteva ed egli, in qualche maniera, pagava la colpa di un suo collega altrattanto indotto. Ma riflettendoci su che bel disastro: un'ignoranza al quadrato. Naturalmente, ad un certo segno del nostro botta e risposta ho dovuto cedere perchè l'eroico carbiniere minacciò di sbattermi a calci fuori dalla "sua" stanza. Tanto asinino per cultura quanto per condotta.
Concludo riferendovi le impressioni del mio amico sui giorni che ha trascorso in caserma per il concorso e che credo di poter dire confermino integralmente le mie teorie sulla psicologia dei corpi di polizia. Ufficiali, sottoufficiali e idioti semplici facevano di tutto per far sentire i candidati delle nullità e per far loro capire che dovevano obbedire senza neanche pensarci su. Naturalmente se in una stanza c'era un maresciallo in assenza di un ufficiale, il primo si sentiva un dio senza misericordia, ma se solo la stessa persona si trovava in presenza di un suo superiore diventava un cagnolino senza libera deliberazione. Ogni comando e richiamo ai candidati era imposto al solo scopo di far capire che lì dentro il sottoposto deve solo obbedire e deporre ogni volontà autonoma, certo in cambio, trattandosi di futuri marescialli, di esercitare un analogo dispotico potere sui propri futuri sottoposti.
Che cosa dedurne? Forse che la formazione dei cadetti, in questi ambienti, genera idioti cui non serve il cervello perchè c'è sempre un superiore di cui seguire le direttive o perfino degli psicopatici? Come si potrebbero definire altrimenti degli uomini che esercitano un potere non limitato dal'esercizio di un pensiero critico nei confronti degli uni mentre spesso godono nella sottomissione al superiore? Allora non sorprenda che appena anche un carabiniere o poliziotto del grado di carriera più basso ne ha la possibilità abusi del proprio potere con il cittadino inerme.

domenica 30 novembre 2008

Gli spettatroci o del narcisismo umano

Profondamente scosso e finanche offeso nella mia dignità di uomo, mi trovo costretto ad offrirvi delle riflessioni che di primo acchito vi sembreranno indegne della più recente produzione di questo pur sempre misero blog. Sì, misero, ma non come l'umanità che mi appresto a descrivervi con impavido coraggio e indomito disprezzo. L'origine del mio attuale sconforto è da ricercarsi tutta intera nell'amara necessità, che mi ha costretto ad assistere alla seduta di laurea di mio fratello. Solito triste e squallido copione: parenti in trepidante attesa del genio di turno che finge a bella posta per loro di aver percorso una splendida carriera universitaria e di essere amico intimo del proprio relatore, cui spesso, con un audace colpo di mano, riesce ad estorcere una foto a perpetua memoria dell'unico giorno di gloria della propria vita. E sì, l'unico per tanti che si vedranno costretti all'inedia e a fantozziane quanto orrende umiliazioni lavorative e non solo. Tuttavia quel giorno è un tripudiare di fiori, di sorrisi, di studiate gentilezze: l'illusione prevale su tutto e la patina di falsità è salva. Si pensi all'odiosa passerella di vacche, per l'aspetto, tanto prodigiose da essere al contempo capre, per l'ignoranza, che incedono talune sicure nelle loro calzature dal tacco alto quanto è bassa la loro levatura culturale, talaltre un po' malferme per via degli stessi trampoli ,talatre ancora anche un po' rafferme. Naturalmente si potrebbe a lungo disquisire delle scarpe che vengono esibite dalla quasi totalità delle donne in occasione delle lauree e in similia, ma ci soffermeremo qui solo sul punto decisivo lasciando spazio ad un'unica fondamentale domanda cui peraltro non ci daremo pena di trovare una risposta (ecco la bellezza dell'autentico pensiero): quale è il ti estin che rende un paio di ciabatte delle calzature che presumono di essere eleganti? Ma non lasciamoci sviare nelle nostre riflessioni da sì pur feconde questioni e muoviamo verso la valutazione etologica, prima degli esemplari femminili, per una mera questione di compiuto ordine argomentativo, poi di quelli maschili, lasciando per ultime le considerazioni sui subumani. Ordunque, chi può dichiarare di non essersi mai avveduto, non senza veder nascere dentro di sè un moto di benevola indignazione, dell'astuto tentativo di certe matrone e delle loro perfide figlie di simulare intelligenza, finezza e compostezza dei modi e di dissimulare la più crassa ignoranza e l'incontenibile desiderio di togliersi le scarpe o di camminare come solgono fare a casa quando in loro prevale il più genuino elemento fisiologico e coprono quindi con piede celerrimo i metri che le separano dalla cucina alla toilet? Audire le loro voci ripaga con giusta moneta gli stolti che ne ammirano gli abitini succinti da cui esondano le forme maggiormente eccedenti: è allora che si assiste ad un concerto di inflessioni dialettali tra le più cacofoniche, solo allora, per generoso contrasto con una falsa apparenza di grazia del porsi e dell'abbigliarsi, si avverte in tutta la sua pienezza lo stridore, il gracchiare, lo starnazzare degli esemplari in oggetto. Inoltre, come trascurare l'attento vigilare di quelle mielose mammine a che nessuno le veda mentre minacciano di morte o di prometeici supplizi i loro pargoli, che già mostrano di sapere come devono crescere per emulare degnamente padri e madri? La finzione è tutto. Non la maschera purtroppo, che in pochi hanno il coraggio di mettersi davanti.
Passiamo alla parte dell'umanità che si crogiola nel definirsi virile. L'insieme dei moduli comportamentali dei soggetti che ne fanno parte ruota tutto intorno ad un asse centrale: quell'inappagabile desiderio di dare respiro alle pance oppresse dentro stretti quanto eleganti calzoni tenuti su a protezione della verecondia universale da spietate cinture. A niente valgono le occhiataccie delle mogli; il desiderio va appagato mediante lievi e non privi di una certa grazia colpetti al cinturone ad intevalli di tempo di non più di una dozzina di minuti cadauno. La bonaria trivialità di simile umanità già abbrutita prima di entrare nelle varie facoltà da una lotta senza quartiere per l'accaparramento di uno spazio per la propria auto lucidata per l'occasione (lotta che denuncia, per le modalità in cui ha luogo e per i fini che nobilmente si propone, l'universale presenza in questi individui di una forte tendenza alla territorialità; dato biologico di non secondaria importanza) viene mitigata da una rassegnata indulgenza nei confronti delle proditorie azioni dei figli contro amici, parenti e sconosciuti.
Adesso qualche parola di benevolenza nei confronti dei lauerandi. Dicevamo dei loro tentativi di ingannare i parenti ma non si ometta di osservare che ingannano pure loro stessi, tanto sono mediocri. Pusillanimi ad ogni esame, lì, di fronte ad una commissione che in verità non deve valutarli, ostentano sicurezza. Ignobile a vedersi quanto quasi ciò che ho visto in occasione della seduta di laurea di mio fratello: ognuno dei candidati si avvaleva della proiezione di lucidi sulla lavagna luminosa e quando questa d'un tratto non funzionò più è partito l'applauso degli spettatori. Mai termine fu usato con maggior rigore: la gente che lì sedeva ma che lì avrebbe meritato di essere crocifissa credeva di essere in tv e via con l'applauso di incoraggiamento. A chi? Al candidato? Alla lavagna luminosa? Non ci è dato sapere; forse lo sapranno i posteri quando avranno studiato la psicologia dello spettatore di una remota quanto barbara epoca dominata in ogni sua espressione culturale dalle modalità televise. E permettemi di non tralasciare di raccontarvi che in quella stessa occasione ho assistito ai ringraziamenti più televisivi e al contempo da mendicante che abbia mai sentito: una candidata ha osato tributare i propri ringraziamenti, in un'escalation di miseria, al proprio relatore, alla commissione tutta (poco ci mancava si toccassero vertici oratori da comizio elettorale o da festa patronale), ai propri parenti e agli amici. Inaudito.
Quasi alla fine (ma per la verità alcuni di voi sanno che quando scrivo i miei post so quando inizio ma non so dove sta l'epilogo) mantengo la mia promessa e già solo per questo sono più affidabile di un politico qualunque: vi parlo degli esemplari subumani. La quasi totalità delle forme biologiche che sussistono sulle sedie dietro il tavolo della commissione valutatrice non raggiunge lo stadio zoologico e si ferma al muschio o al licheno anche se è onesto rilevare che i prodotti di taluni dipartimenti sono per consolidata consuetudine evolutiva fermi al protozoo. Lasciatevi ingannare dalle apparenze, che sono tutto: non solo non sono superiori per cultura, figuriamoci per intelligenza, alla media degli spettatori ma, una volta fatto venire meno il sistema rituale della seduta di laurea, o in alternativa dell'esame, perdono consistenza, si liquefanno e i meno consistenti evaporano. Talvolta sento dire a qualche ingenuo studente che stanno al gioco e conferiscono un'apparenza di dignità alla seduta di laurea per una sorta di benevolenza nei confronti dei laureandi. Non è così: fanno il gioco perchè loro, al di fuori di esso, non consistono.
Qualche breve riflessione la concediamo pure all'ultima categoria, l'unica cui la Verità si dischiude generosa e senza pudore e l'unica capace di farsi grasse risate in queste occasioni. Ai suoi membri è stato attribuito il nome di spettatroci, la cui etimologia viene così spiegata: si trattarebbe di spettatori ma, distinguendosi essi per la Conoscenza, per lo spirito lindo e l'arguzia della battuta, il loro nome assume il suffisso "atroci", connesso, come certamente non sfuggirà ai più provati filologi e linguisti tra i miei lettori, con l'atrocità tipica di un'autentica conoscenza, di uno spirito puro e capace di ridere in maniera non spontanea. Lo spettatroce ride del candidato, della commissione tutta e dei parenti senza eccezione alcuna. Sa ridere anche di se stesso qualora abbia la sventura di trovarsi in una di queste categorie e sa spogliare di ogni significato la laurea in ognuno dei suoi elementi. Di conseguenza non veste mai elegante, neanche per la propria laurea. Ragion per cui, sospetto che tra autore del presente post e lettori più o meno fedeli, come dire... Nel novero di questi, l'unico autentico e compiuto spettatroce sarà il sottoscritto.
Dirà adesso il lettore: "banalità!". "No!, stolidi intelletti!", risponderà l'Autore, "evidenze". E ciò metta debitamente a tacere ogni obiezione!

venerdì 21 novembre 2008

Gunnar Heinsohn

Mi permetto di segnalare ai lettori che non ne fossero ancora a conoscenza che mi sono provato in una recensione su un libro di uno studioso tedesco che cerca di spiegare l'origine dei tumulti sociali, delle guerre e del terrorismo non sulla base dell'azione delle ideologie ma sulla scorta di quanto evidenziato dalle dinamiche demografiche. Per quanto attiene allo scenario politico odierno, ad esempio, viene individuato in un eccesso di figli maschi in molti paesi di religione islamica la ragione decisiva per il sorgere, in quelle nazioni, del terrorismo, trascurando e riducendo a semplice acceleratore di secondaria importanza la diffusione, in esse, dell'estremismo religioso.
Questa povera fatica ha trovato più che degna accoglienza in Sitosophia, il sito degli studenti di filosofia di Catania: Recensione a “Söhne und Weltmacht”.

venerdì 31 ottobre 2008

Il silenzio dei sapienti

Propongo qui al lettore delle considerazioni, che malgrado la loro evidente banalità, cionondimeno non riescono a guadagnare il consenso di larga parte degli uomini. Poeti e pensatori hanno versato fiumi di inchiostro sul valore della vita e sulla felicità di cui all'uomo è concesso di godere e talvolta si è pure giunti a vedere quale grande acquisto è per l'uomo venire al mondo. Il vedere la luce in preda al pianto, evento che riguarda tutti, ha suggerito per esempio l'opportunità di leggere in esso il segno di una necessaria infelicità nel destino dell'uomo. Tuttavia ritengo che non è indispensabile fare appello agli inizi per identificare la natura dell'esistenza; molto di più può, o meglio, potrebbe dichiarare l'esperienza di chi la vita non la deve ancora vivere, bensì la vive già o l'ha già quasi interemente lasciata alle proprie spalle. Se solo si concedesse parola ai sofferenti, agli infelici che penano per ogni sorta di inimicizia stretta con loro da parte della natura e degli uomini suoi terribili figli! Il problema sta proprio qui: quanti sono coloro che hanno conseguito una conoscenza adeguata della vita e della sua ferocia che hanno la forza morale e la salute per esprimere il loro odio per essa? Davvero pochi e quando osano svelare l'arcano i sani, additando qui con tale termine anche il presunto vigore dell'intelletto che giammai per loro deve farsi consigliare dal quotidiano soffrire, pena la perdita della sana oggettività, vengono deliberatamente ignorati o compatiti per la loro sorte, che si vuole considerare individuale nella persona e limitata per circostanza nello spazio e nel tempo. La ragione del risentimento provato dai sani e dai felici nei confronti di chi sente, pena e perciò pensa e che solo di rado può essere celato dalle cure amorevoli prestate nei loro confronti risiede tutta qui.
E con la profusione del risentimento dei vigorosi il seme dell'infelicità può continuare ad essere sparso con generosità su questa amara terra. Quell'atto che si vuole d'amore, trova nel suo contrario il suo principale movente; il desiderio di potenza espresso dalla filiazione non è che una maschera ed una reazione a quel sentimento di colui che è risentito. Ma non contenti di una sola maschera, gli uomini ne aggiungono di altre e di più belle.

venerdì 17 ottobre 2008

Sulla gerarchia

Prendendo vago spunto da un qualche punto del non misero blog di una conoscente (www.ossidia.it), mi provo come autore di invettive contro coloro che, vili, abusano della loro posizione nella gerarchia per sopraffare il prossimo. Naturalmente, non si fraintenda, l'elemento gerarchico è indispensabile o quanto meno assai utile all'interno delle più svariate specie animali, compresa quella più sciagurata di tutte, in quanto la più incompleta e meno evoluta, affinchè i singoli membri di esse non si sbranino a vicenda, tuttavia si vuol qui dar conto della perniciosità di talune sue espressioni. Fedeli ad un taglio estremistico e si spera anche radicale del presente blog, si prenderà in considerazione soprattutto una delle forme più primitive della gerarchizzazione, trascurando a bella posta quelle che sono venute fuori da un'elaborazione lunga e prodigiosa da parte della nostra bella civiltà: la gerarchia nei corpi armati.
Sono poche le occasioni in cui meglio che non in seno ad un esercito ci si può avvedere della brutalità degli uomini che occupano una qualche posizione in una gerarchia. Tale brutalità è seconda solo al grado di miserabilità che contrassegna chi, superiore al sottoposto, gonfia il petto e dispone della vita dei suoi uomini come di una collezione di farfalle ma al contempo, sottoposto nei confronti dei propri superiori, cede con supina quando non con compiaciuta rassegnazione alle loro angherie. Poste simili condizioni, mi si conceda l'inciso, non può sorpendere che gli eserciti costituiscano delle macchine da stupro: godere della sottomissione dell'inerme, in questo caso, è ben più importante che soddisfare un bisogno fisiologico a lungo insoddisfatto e se poi si verifica quella terribile condizione in cui al senso di onnipotenza dello stupratore si congiunge il compiacimento di aver obbedito ad un ordine del proprio superiore quell'arma di stupro di massa che è l'esercito diviene inarrestabile, come dimostrato in Bosnia. Con ciò si è solo voluto dare un esempio di quanto nell'uomo la malvagità e l'assenza di ogni riguardo nei confronti dei propri simili possa esprimersi a partire da due direttrici apparentemente opposte, vale a dire sadismo e masochismo, per convergere subito verso un unico abisso di abiezione.
Prendendo invece in considerazione il regime nazista e le sue fiere che si nascondevano dietro le sembianze di omuncoli, non deve sfuggire che esso era un apparato militare cotruito per tempi eccezionali non certo di pace. La stessa struttura del partito era militarizzata in ogni ordine della sua gerarchia e sappiamo con certezza che coloro che ordinavano e facevano uccidere senza pietà gli avversari e gli oppositori erano degli imbelli agnellini al cospetto di un proprio capo. Mirabile potenza del Führerprinzip! Lo stesso Göring, secondo della gerarchia fino a pochi giorni prima della caduta degli idoli, ebbe a dichiarare che quando si entrava nella stanza di Hitler se ne poteva poi uscire, se solo il capo lo voleva, con la convinzione di essere una ballerina. Taluni di questi uomini che credevano di essere stati forgiati per comandare una stirpe eletta ma che non potevano fare a meno di obbedire furono capaci di non sconfessare la propria natura sino alla fine, come confermato tristemente da quell'episodio che potrebbe assurgere a chiusura simbolica di un'epoca: l'avvelenamento dei figli da parte dei coniugi Goebbels. Il ministro, che non intendeva vivere in un mondo non dominato dal proprio capo, coerentemente non volle rinunciare neppure a esercitare il proprio potere di vita e di morte sui figli: ancora una volta il duplice polo del comando, subito e imposto, che si condensa in un'unica posizione della gerarchia, ha mostrato la sua potenza.
Al nobile scopo di non tediare ulteriormente il lettore mi limito a proporre quest'appendice che segue, la quale, al di là delle profonde riflessioni che l'hanno preceduta e che dovevano servire come specchietto per le allodole, ha il compito di far riflettere anche colui che ripone la maggior fiducia nei confronti di quei particolari corpi armati che sono le sedicenti forze dell'ordine. I cronisti, con nostra somma fortuna, si degnano ancora di riportare notizie riguardo ai soprusi perpretati in nome o dietro una divisa ma io, cedendo alle più meschine tentazioni autobiografiche, vi faccio dono della conoscenza di alcuni orrendi misfatti che io stesso in persona ho avuto la ventura di subire qualche anno fa. Ecco i fatti, il cui racconto il resoconto che segue non ha la pretesa di esaurire: trovatomi a difendermi per via legale e recatomi allegramente nella caserma del mio natio borgo selvaggio, piuttosto che essere accolto con garbo e cordialità, mi ritrovo giocosamente deriso e in verità non per la prima volta. Ciò che tuttavia mi induce a riportare proprio questo episodio della mia saga e non altri è però la natura tragica del mio contendente, il quale non era colui da cui ricevetti minacce e carezze a calci e pugni, come sarebbe stato lecito attendersi, bensì, miei candidi lettori, colui che avrebbe dovuto opporre la propria virile autorità ad una cotale irriguardosa condotta nei miei confronti. Il tale in questione era proprio un bel carabiniere, poco più brutto di quelli che si vedono nelle serie televisive finanziate dal ministero della Difesa o dell'Interno e poco meno arguto. Nella scala gerarchica neoplatonica dell'Arma presiedeva e tuttora degnamente presiede il livello dei brigadieri (ma tra un po' correggerò un'inesatezza). Quando costui dovette arrendersi all'infelice evidenza che non avevo alcuna intenzione di ridere delle sue prese in giro o in alternativa di andarmene chiedendo scusa di non aver accettato calci e pugni come un vero siciliano sa fare e io, per la verità, venni in soccorso della sua intelligenza rendendo palesi le mie intenzioni con un "io non ho dimenticato che lei è amico di un certo Antonigno Cucurucucù (un altro tale che voleva picchiarmi e che in quella caserma era stato difeso come accennerò poi brevemente) e se continua con questo comportamento sarò costretto a presentarmi al comando di Catania", ebbi in risposta di stare attento a quello che facevo perchè lui era Piersilvio D'Agora, brigadiere scelto della Repubblica italiana. Quel che conta è che l'esemplare in oggetto proferì il tutto all'apparenza tronfio di sè ma ad un'attenta osservazione percorso da un tremore che tradiva un gran timore. In quell'occasione il vostro eroe fu capace di dar vita, nello stesso luogo (un'inelegante stanza per carabinieri), nello stesso momento e financo nello stesso individuo, vale a dire il Piersilvio di turno, ad un'epifania di sadomasochismo: quell'uomo tanto forte era anche tanto debole e tenero da doversi giustificare facendomi vedere il codice penale e da tacere riverente allorquando gli è stato obiettato che non vi era alcun reato che mi si potesse ascrivere. Ma ancor di più, ad esser seri, conta il fatto che per poco il D'Agora, oltre al dichiararsi brigadiere scelto (ecco la precisazione promessa) della Repubblica italiana, si trattenne a stento dal rivelarmi che era anche vicecapocondomini con delega alle saracinesche, il che comunque solo per un soffio, a mia volta, mi trattenne dall'obiettargli che per me avrebbe fatto lo stesso se fosse stato tenente colonnello scartato della Repubblica democratica del Congo. Per raccontarla tutta, il vigoroso contendere si concluse solo con la presenza di un avvocato, che indusse il battagliero brigadiere scelto della Repubblica italiana ad operare una manovra di piegatura a non meno di sessanta gradi.
Altre appassionanti vicende si legano numerose a quell'episodio ma mi limito a raccontarne solo un'altra per dimostrare che tra le virtù dei carabinieri, non di tutti se è vero che cinquecentottantadue per quattrocentocinquntasei è uguale a duecentosessantacinquemilatrecentonovantatre, non vi è solo quella del coraggio impavido di fronte all'esposizione di fatti pur obiettivi che potrebbero inchiodare ad una condanna penale ma anche quella che rimanda al dono profetico. Ecco che cosa me lo fece capire: qualche giorno dopo che mi premurai di portare l'indirizzo di casa di quel famigerato Antonigno Cucurucucù ad un altro carabiniere, però stavolta di tutt'altro livello ontologico essendo egli un maresciallo di un qualche grado, che senza quella precisa indicazione si era detto, mentendo ma a fin di bene, che non poteva procedere nell'indagine, ricevetti in risposta da quest'altro splendido esemplare che non esisteva alcun Antonigno Cucurucucù. Ci si chiederà dove risiede la prova del dono profetico e io rispondo che sta nel fatto che di lì a qualche tempo il figlio tanto amato dalla mamma e dal papà sarebbe spirato perchè una malvagia pasticca buona per del sano divertimento avrebbe voluto rendere vani i tentativi dei cavalieri dall'uso spregiudicato dell'indicativo e cui sempre ignoto fu l'uso del congiuntivo di sottrarlo a un processo (per la galera, si sa, in Italia non c'è speranza).
Lascio ai lettori la morale della favola, che non sosta molto lontana dalla considerazione che vi posso irretire, fosse stata questa anche l'ultima volta, nella lettura di cose apperentemente interessanti per poi costringervi a conoscere le mie sciagure.

martedì 30 settembre 2008

Brevi considerazioni sulla miserabilità del siciliano

Nel titolo del post, "siciliano" potrebbe essere sostituito con "italiano" o "umano" in parecchie delle situazioni che mi accingo diligentemente a descrivere, se non altro perchè le tre parole prese in considerazione rimano alla stessa maniera e quale scellerato lettore oserà mettere in dubbio che il suono sia cosa marginale? Per cominciare cerco di prevenire eventuali critiche chiarendo che non voglio cadere in volgari generalizzazioni ma solo formulare dei giudizi universali e necessari e che non sottovaluto affatto l'importanza del popolo siciliano nella schiera di tutti quelli esistenti ma che piuttosto riesco a vedere in esso un ottimo specchio di tutte le principali virtù dell'uomo, capace proprio grazie al suo stupefacente effetto riflettente di rendere ancora più notevoli queste qualità.
Andando al sodo, come si fa a non rendersi conto di quanto l'uomo sia solo nella nostra società? Qualcuno, sicuramente tra i più stolti dei miei lettori, obietterà che presso di noi sopravvive ancora un qualche residuo di organicità sociale in grado di preservare gli individui dall'atomizzazione sociale attraverso gli istituti della famiglia, della Chiesa, della comunità paesana, ma come si fa a non vedere che proprio all'interno di esse l'individuo non è nulla? Coloro che all'interno di una famiglia aspirano a una qualche forma di libertà che non consista nel mero fregare tutti coloro che non appartengano alla propria famiglia vengono tacciati talvolta di stupidità, talatra di malvagità ed egoismo. Tutti accorrono per sopprimere il moto rivoltoso del povero infelice che reclama autonomia e dignità, con ancora maggiore ferocia se si tratta di una emancipazione spirituale e culturale. Anzi è bene sottolineare che proprio in questi casi, solo apparentemente meno drammatici, l'angusta perfidia delle donne di famiglia si avventa sul malcapitato cercando di farlo vergognare della propria presunta disumanità con appelli ai sacri disvalori dell'affetto materno, della pietà religiosa e della comune appartenenza ad un branco.
Dir male della Chiesa sarebbe come sparare sulla croce rossa e del resto confido nei già soddisfacenti livelli di empietà dei lettori, motivo per il quale non aggiungo altro. Della comunità paesana si può dire solo il peggio possibile: sei una brava persona solo se prevarichi oppure se in alternativa subisci senza clamore, altrimenti metti in imbarazzo gli imbelli tutti gli altri, che non hanno alcuna intenzione di sentirsi mediocri per il solo fatto di subire senza colpo ferire. Naturalmente tutto ciò che conta è adeguarsi al sentire comune, che è un sentire di pancia, talvolta anche di sfintere. A parole è un trionfo di solidarietà ma a conti fatti ti si offre solo omertà, vigliaccheria e quella spregevole forma di interessamento, la sola di cui i più sono capaci, che corrisponde alla curiosità pettegola quando non anche maldicente. Da una simile generalizzata condotta non può che nascere una universale reciproca diffidenza. La seguente mia teoria ha passato il vaglio dell'esame empirico: nessun uomo è più diffidente del siciliano, che, in fondo e in ammirevole spregio ai valori del legame madre-figlio, sa di non doversi fidare prima di tutto di colei che più di ogni altro è responsabile della sventura (perchè che si tratti di una svenura è chiaro a molti siciliani) dell'esser nati. Purtroppo è in uso una disdicevole forma di ipocrisia che induce a fingersi amici di tutti, ma a ben guardare si tratta solo di una maschera di difesa buona per tendere le migliori insidie al prossimo. Inoltre, quando il siciliano è di fronte a ciò che può essere considerato meno distante da un'amicizia fa valere un diritto cui non vuole mai rinunciare, ossia quello di pretendere di più dall'amico proprio in quanto amico, senza con questo, naturalmente, doversi sentire in dovere di concedere qualcosa in cambio. Ogni concessione è il preludio di una sconfitta perchè mostra una crepa nello scudo.
Quanto ai pii sentimenti religiosi del siciliano si può dire un gran bene: quasi nessuno crede in niente e ancor meno in Cristo, cui il siciliano è inimico in ogni sua espressione. Anche le forme più pagane di devozione religiosa sono solo l'evidente puntello alle vanità di mafiosetti del paese (anche quando si tratta di grandi città come Catania si tratta di centri con una mentalità e un'angustia morale tipica di un villaggio) e non hanno nulla a che fare con la tolleranza che si può attribuire al politeismo. Chi non ha mai assistito alle contese sul maggior valore di un santo rispetto ad un altro? Faccenducole per balordi di paese ma molto interessanti antropologicamente. Da tutto questo deriva comunque qualcosa che quasi induce a spezzare una lancia in favore dei siciliani: essi sembrano per un attimo pervenire ad una comprensione tragica della vita tipica di chi non crede a niente ma poi subito ricadono nella più ferina lotta per l'esitenza che esige che non si sprechino energie intellettuali per potere porre mano a faccende più concrete.
Ogni faccenda, seria o faceta che sia, viene affrontata con energia sì, quando se ne può ricavare un tornaconto, ma si è sempre alieni da un pur vago senso del dovere. Talvolta questo elemento viene nefastamente tenuto nascosto da ferme dichiarazioni in senso contrario e soprattutto dall'ostentazione di un forte senso dell'onore, che tuttavia, sarà ben chiaro a tutti, è ben altra cosa e cosa ben meno seria del senso del dovere.
Un breve cenno lo merita pure la leggendaria intelligenza dell'abitante dell'isola: nessuno può prendersi gioco di lui e soprattutto quando si trova al di là dello Stretto cerca di fregare il prossimo, perchè si sa, gli altri sono tutti ingenui. Ebbene sì, il siciliano è furbo: vende il proprio voto al primo balordo che glielo chiede in cambio di un pacco di pasta o peggio ancora in cambio di promesse impossibili da mantenere sull'assunzione del figlio, che otterrà sicuramente un posto consono alle proprie notevoli capacità. Perchè è noto, il figlio del siciliano è sempre intelligente, migliore degli altri figli anche quando è un aborto mancato e questo non fa che testimoniare quanto per il siciliano sia una cosa fondamentale la questione della potenza, della propria potenza espressa nel concepimento.
Infine, prima del pezzo forte che ognuno dei miei lettori sta attendendo, per ora non mi viene in mente altro da criticare dell'odiosa convinzione che ha il valore di un equivoco secondo cui si può vantare un sentimento solo se lo si esibisce senza verecondia alcuna, si tratti di gioia, amore, odio, disprezzo. Se un ragazzo crede di amare una ragazza deve cingerle il collo come si cinge uno scatolo di vecchi oggetti da portare in garage perchè tutti devono capire che è proprietà privata e la diretta interessata deve aver chiaro di essere un oggetto. Se si piange un morto (era tanto che in questo blog non vi si faceva cenno) si deve strillare anche se dopo due giorni si va alla festa del paese. Soprassediamo sulle espressioni di disprezzo, le quali riempiono tutto il profilo antropologico del siciliano.
Passiamo a cose più serie: la donna siciliana. E' un vero spettacolo assistere ad un litigio tra due donne siciliane. Tutto concorre affinchè esso assuma i contorni dell'ancestralità: le urla stridule quando non gracchianti, la vivace gestualità che talvolta culmina nello straparsi i capelli, l'irrefrenabile trivialità delle battute che si possono vedere scambiare, il crescendo wagneriano che vede accentuarsi la pugnacità delle contendenti fino al fatale frangente in cui si finge di aver sentito dire all'avversaria qualcosa che possa mettere in dubbio la propria virtù, il che, immancabilmente, conduce a tirare in ballo i mariti minacciandone la rappresaglia. Nessuna ritualizzazione del conflitto degli esemplari in oggetto può aver luogo perchè si tratta di animali privi di ogni inibizione e in totale balia di meccanismi scatenanti innati tesi alla distruzione morale, prima che fisica del nemico.
Tuttavia la donna siciliana è uno spettacolo anche al di fuori dei duelli con proprie pari e raggiunge dei vertici sublimi nelle seguenti circostanze: quando incede sicura tra i banconi della pescheria o del mercato chiedendo con fare da minaccia quale è il prezzo di un prodotto e dissimulando la propria volontà di acquistarlo all'unico e perfido scopo di ottenere uno sconto. E come trascurare ancora una volta sempre il suo incedere nelle giornate più calde, quando sfodera vestitini svolazzanti che purtroppo non lasciano molto all'immaginazione di chi ha in odio forme troppo ridondanti? Quell'incedere mai a gambe chiuse perchè il peso del corpo non è adeguatamente sostenuto dalla forza dei propri arti inferiori, che già la ragazzine possono sfoggiare quando ancora non sono troppo grasse (fino a due giorni prima del matrimonio o al massimo fino alla prima gravidanza) in sapiente preparazione alla propria vita da adulte. E come si può tollerare quella mancanza di gentilezza e di grazia sin dall'età adolescenziale, quella mancanza di disponibilità a meno che non si voglia qualcosa in cambio, quell'astuta simulazione dell'ottusità per poter convincere un idiota a servirle e a riverirle? Ma ciò che più di ogni altra cosa ferisce gli animi sensibili come me (che dico? come noi) è l'abbrutimento dell'espressione del volto anche in quei rari casi in cui si sarebbe in presenza di lineamenti non privi di una certa grazia, l'ostentazione di una presunta bellezza nell'elemento estetico più a buon mercato (nel senso che le siciliane, pingui per natura, fanno presto ad avere se solo si lasciano andare), ossia il seno grosso e grasso. Non deve salvarsi dalla ferocia di una critica seria neanche quel maledetto modo di fare che in talune ragazze, soprattutto i virgulti più teneri, vorrebbe presentarsi come assai affettuoso ma che si risolve in un mellifluo, eccessivo quando non anche parzialmente falso avvicinamento di una forma di vita che rimane però ineluttabilemente estranea.
Sperando che la lunga e avvincente lettura non abbia fatto registrare vittime sul campo o fraintendimenti di un qualche tipo (quando il lettore avrà dei dubbi su ciò che volevo dire pensi all'ipotesi peggiore e confidi così di aver capito) mi auguro che essa possa non solo convincervi del mio carattere spregevole ma soprattutto indurvi a dire: "quel tale ha fatto un'orrenda descrizione ma appunto perciò quanto vera!".

domenica 21 settembre 2008

Sul linguaggio

Si è a lungo discusso nella storia della cultura sul rapporto tra linguaggio e pensiero e talvolta assai fruttuosamente. Proviamo ora noi a dipanare l'intrico costituito da parola e concetto in maniera meno efficace. E' bene chiarirlo sin dall'inizio, si tratta di un groviglio in movimento, come tutto ciò che può vantare i caratteri di ciò che è vivo: l'attrito tra il termine e l'idea, tra il verbo e l'azione, la sostanza e il soggetto genera un cono di luce sulla faccenda del linguaggio che dà il pensiero e che al contempo da esso viene reso sensato. Un pensiero muto non viene dato e dei segni su un oggetto o una successione di suoni nell'aria non sono nulla. E' difficile stabilire che cosa possa vantare il primato su che cos'altro ma forse questo è affare per monoteisti che prestano il culto di fronte alle cause isolate e alle catene causali ad una sola direzione, a noi interessa maggiormente indicare l'intrico per sè. A questo scopo quale altra via si presenta come più sicura se non quella additata dalle fatiche della traduzione. E sì, il linguaggio umano mostra la propria vitalità nella molteplicità delle sue manifestazioni: tante lingue quanto e più sono i popoli ma sicuramente tante quanti sono i sentieri che conducono ai pensieri. Cercherò di diradare la goffa oscurità delle mie parole: come sa chi diligentemente cerca di rendere in una lingua diversa dall'originale un discorso, scritto o parlato che sia, assai di rado vi è corrispndenza perfetta tra un termine di una lingua e quello di un'altra. Permane spesso invece un residuo di intraducibilità, un esubero di pensiero e di idea. A ciò si aggiunga che anche quando, nell'essenziale, si è pervenuto nel corso dell'evoluzione del significato di una parola ad una sovrapposizione con lo spettro semantico di una parola di un'altra lingua ai più attenti non può sfuggire la loro duplice e differente storia da cui hanno ricevuto la forgia; storia che spesso, a dispetto di un uso volgare e sterilizzante del vocabolo, si ostina a sopravvivere nell'essenza stessa del suo significato, con buona pace dei dizionari.
Si presenta così come ancora più utile e opportuno per chi voglia conoscere meglio l'oggetto, con cui non si intende qui la superficie di ciò che ci si illude di vedere bensì il frutto nascosto e proibito che sta sotto quell'involucro, la fatica della traduzione, il laborioso confronto tra le parole che sembrerebbero indicare lo stesso concetto-cosa. Solo alla luce di questa continua messa a fuoco che si avvale anche dei contesti in cui sono collocate le parole ci si può avvicinare allo scopo non senza allontanarvisi svariate volte prima di un più deciso avvicinamento. Nel passaggio e distacco da una lingua all'altra, quando non ci si limita più a pensare in una sola, ci si può come staccare dallo strumento linguistico per corteggiare l'oggetto stesso. Le parole, nel loro avvicendarsi, si impegnano a circuire il concetto in un corteggiamento che sfinisce e che, come natura vuole, nella maggioranza dei casi si conclude apparentemente con un nulla di fatto.
Ma il lavoro della traduzione non è meno utile nel tentativo di comprendere il fatto che così come una lingua la si capice tutta intera e per così dire tutta in una volta e non per somma di elementi (si provi a fare l'esperimento anche cercando di ascoltare e quindi capire le parole di una frase detta nella propria lingua e si vedrà quanto sarà faticoso affidarsi per la comprensione di essa ad un'attenzione diretta alle singole parole e non alla globalità di quanto viene detto) alla stessa maniera si conosce tutta intera e come per intuizione immediata (la quale non per questo può fare a meno di un lungo percorso preliminare) la realtà che con la lingua si vuole esprimere: ogni oggetto è in relazione con gli altri e solo per l'imperfezione del mezzo , il nostro intelletto, sembra sfuggire a questa logica di relazione, o meglio correlazione. Non è possibile tradurre una parola di un testo se manca la frase; si dirà di più, il testo rimane muto senza contesto: quella parola è semplicemente priva di senso. Così come, del resto, l'oggetto e il concetto di esso isolati nella loro individualità non cantano la ricchezza della realtà e lasciano sostanzialmente inappagato l'intelletto che li pensa.

domenica 31 agosto 2008

Un modello di ritualizzazione dei conflitti

Si sono da poco conclusi i Giochi olimpici estivi, splendida occasione per coloro che bramano il vil denaro e per gli incensatori dell'orgoglio nazionale ad ogni latitudine. La storia umana, ciò si mostra con la più palese evidenza, è un susseguirsi di conflitti armati, i quali spesso hanno l'ultima parola perfino sull'attribuzione della primazia di una cultura sull'altra: anzi, proprio un discorso sull'avvicendarsi delle culture non è qui semplice orpello o futile divagazione tra l'armeggiare dei campi di battaglia, bensì centro di gravità della questione. Come ben spiegato dall'etologo viennese Eibl-Eibesfeldt, mentre gli altri mammiferi sarebbero stati muniti dalla natura di forti inibizione all'uccisione del conspecifico, l'uomo, il più lussureggiante tra i viventi, proprio per il rigoglio della sua vitalità, proprio per la vivacità delle sue virtù, che lo rende l'essere virtuale per eccellenza, avrebbe realizzato il suo sviluppo biologico all'insegna dell'aggiramento di quelle benefiche inibizioni: si sarebbe così lasciato il campo al sorgere di ciò che Eibl-Eibesfeldt ha definito pseudospeciazione culturale. La cultura come origine della guerra: quale sorpresa allora se le culture si combattono? Devono farlo per intrinseca natura. L'umanità, lacerata in culture, nei campi di battaglia si è fatta distinte umanità: i freni inibitori che nelle altre specie impediscono l'attacco del conspecifico non possono trovare spazio se a confrontarsi non sono gruppi di una stessa specie bensì specie diverse. La guerra appare per questa via una naturale lotta tra predatori e prede, come tante se ne possono osservare nel regno animale, anche se si deve mettere in evidenza che all'uomo riesce di andare oltre i più consueti spazi del biologico mettendo in scena anche scontri tra predatori da una parte e predatori dall'altra.
Ma i lettori si chiederanno perchè tutta questa dotta spiegazione; eccone di seguito il motivo. Se l'aggressività tra conspecifici presso gli altri animali sarebbe tenuta a freno e non condurrebbe alle stesse nefaste conseguenze è anche grazie alla cosiddetta ritualizzazione dello scontro, che comunque non infrequentemente ha luogo. Si può offrire in proposito il classico esempio del lupo che offre la carotide all'avversario per segnalargli che si dichiara sconfitto, azione che pone fine alla lotta prima che essa abbia conseguenze esiziali per il perdente. Per l'uomo questo non accade a livello di filtri biologici e anche dal punto di vista culturale si sono fatti molti passi avanti per un ulteriore approfondimento della spietatezza dell'aggressività intraspecifica con l'introduzione dell'uso di armi come l'amigdala o le freccie, fino ad arrivare alle armi da fuoco e quelle nucleari, che, ognuna ad un livello diverso, rendono più difficile il riconoscimento nell'avversario di una comune appartenenza alla stessa specie. Tuttavia, ciò che la stessa cultura ha originato e accentuato potrebbe anche mitigare con la creazione di un filtro culturale: venenum contra venenum. Venendo finalmente al contenuto richiamato nel titolo del post (sia il lettore sufficientemente mite dal non reagire bellicosamente all'insidia da me tesa nel mascheramento dell'oggetto del presente scritto! Dovevo agire così perchè egli non fosse scoraggiato alla lettura), una manifestazione come i Giochi olimpici non sarebbe nient'altro che un tentativo di ritualizzare i conflitti e non a caso si legge nei manuali di storia che essi, nell'antica Grecia, erano capaci anche di interromepre le guerre. Del resto non mancano in essi la lotta tra le nazioni, la volontà di prevalere e umiliare l'avversario, che non si ferma nel momento in cui è una prima volta soddisfatta ma che è fisiologicamente ulteriormente stimolata da una prima vittoria, la divina mania propria di ogni guerra, il ricorso a stratagemmi di ogni genere per il raggiungimento dell'obiettivo, il rinsaldamento dei vincoli all'interno dei popoli in lotta. E non si trascuri il seguente fatto, cioè che il carattere di ritualizzazione del conflitto sarebbe chiaro anche nella sempre più massiccia presenza di bambini nell'ambito delle cerimonie inaugurali e di chiusura di questi grandi eventi sportivi: presso molti popoli le ambasciate di guerra sono accompagnate da bambini, che dovrebbero mitigare l'aggressività dei contendenti.
Naturalmente, è quasi ozioso segnalarlo, l'efficacia di questa ritualizzazione dei conflitti è per lo meno dubbia. Se fosse vero che presso i Greci i giochi olimpici arrestavano le guerre, oggi si potrebbe dire che succede l'opposto: vi danno inizio.

sabato 9 agosto 2008

Ancora qualche parola sul corpo malato

Quale fondamentale particolare mi era sfuggito sulla malattia del corpo del nostro sciagurato Paese, per il quale tuttavia, come potete leggere, mi ostino ancora a fare un uso dell'iniziale maiuscola che potrebbe ormai definirsi spregiudicato! Ecco presto offerto un ulteriore motivo che giustificherebbe l'impiego della minuscola rispetto a quelli già messi in evidenza nel precedente post: un organismo in buona salute è in grado di opporre adeguata resistenza ai morbi che lo attaccano anche sviluppando gli anticorpi che meglio lo proteggono nel caso di un nuovo analogo attacco della malattia. L'Italia è stata infettata quattordici anni fa dalla berlusconite, da una forma politica, il libertismo, che vorrebbe scimmiottare il liberismo dallo spirito più animale ma che tende soprattutto a dare espressione ad una tipologia tradizionalmente italiana di anarchismo senza anarchici, di uomini d'autorità senza autorevolezza, che si sta rivelando il miglior pane per profittatori di ogni genere: politico, finanziario e culturale. L'attacco dei parassiti corrode ogni parte del corpo e anche in virtù di questo simultaneo decadimento di ognuna di esso il tutto fatica a percepire il generale stato di infermità. Tuttavia, come spesso accade nel decorso di una malattia, si possono verificare dei momenti di pausa in cui si possono ricuperare le forze e in effetti la berlusconite è stata apparentemente interrotta anche a lungo, ma invano. Il Paese non ha sviluppato gli anticorpi: l'elettorato non ha compreso di essersi illuso e anzi il morbo ha fatto registrare una sua recrudescenza. Adesso che il berlusconismo ha vinto impadronendosi delle menti degli italiani proiettando in esse l'immagine dello statista Berlusconi, ritenuto ieri, per lo più, "solo" uomo della Provvidenza (o, per Baget Bozzo, dello Spirito Santo) e oggi anche vero, esperto e consumato politico si può ben dire: la nostra storia recente non ha insegnato nulla agli italiani, i quali non sanno di vivere in un Paese moribondo. Dobbiamo recriminare anche per il fatto che non ci troviamo in uno di quei casi frequenti in cui, in presenza di malattie gravi, il sintomo fa la sua comparsa quando è troppo tardi per un'efficace strategia terapeutica; la sintomatologia sarebbe ormai chiara e varia da tempo, benché gli italiani non se ne siano accorti: ci sarebbe stato tempo a sufficenza per un'azione curativa. Eppure, tragicamente quanto grottescamente, non si è consapevoli dello stato morboso neppure nel suo stadio terminale: un Saccà qualunque può difendere il suo protettore dichiarando che la raccomandazione la concedono tutti e ancor prima che il suo lenone di fiducia non è solito raccomandare solo donne. Il male non esiste: tutto è bene. Viviamo in un Paese che non rinnova i propri tessuti e che in certi momenti è preda di una strana euforia pre mortem (il finto accanimento dei dibattiti dei salotti televisivi) accompagnata da più lunghi intervalli di coma.
Almeno in genere non si deridono i moribondi, invece l'Italia è oggetto della derisione dei suoi parenti (gli europei) e disprezzata dagli estranei (in testa gli americani). Che sia già carogna?

giovedì 31 luglio 2008

Il corpo malato

Quando un corpo, piuttosto che eliminare le tossine, espelle gli elementi migliori da cui è costituito il medico diviene protagonista e al corpo viene concessa la patente di infermo. Se in questi tempi bui prima della resurrezione volessimo sollazzarci rispolverando vecchie concezioni che vedevano la nazione quale corpo, potremmo cogliere l'occasione per dare un'occhiata al malato. Le forze giovani, più vitali del nostro Paese sono costrette a fuggire all'estero come indicato dalle statistiche, che contano fino al 3% di neolaureati che negli ultimi anni hanno abbandonato l'Italia per cercar fortuna altrove. A rimanere sono i pochi giovani baciati dalla sorte che riescono ad ottenere un posto di lavoro adeguato alle loro aspirazioni e ai loro studi, ma soprattutto una bella percentuale di farabutti della peggior specie, ossia quella costituita dai delinquenti che delinquono senza convinzione e senza intelligenza, solo perché di fatto concesso magnanimamente dalle leggi o perchè, smidollati come sono, intendono emulare i padri. A questi, sarebbe ingeneroso dimenticarsene, si aggiungono i criminali patentati, i manager della truffa e dell'arraffamento più che si può ma non senza arte; mi riferisco a coloro che presto vengono chiamati a rinserrare le file della Grande Armada partitica. E naturalmente non va dimenticata la fetta più grande e appetitosa della torta, la pletora di coloro che i giornalisti che realizzano i servizi per i tg definirebbero ragazzi e ragazze semplici. La peggiore delle schiatte, quella dei vegetali senza desideri se non quello di sposarsi o in alternativa, ma fa lo stesso, convivere con qualcuno che non si conosce e che in realtà non si conoscerà mai nonostante ore ed ore di sesso. Per inciso, è allora che si capisce che la frizione dei corpi produce solo olio di scarto. Che cosa dire? Gli elementi di questo, che è il gruppo più vasto di esemplari giovani italiani, non si conoscono tra di loro e non conoscono l'ambiente in cui sono immersi: al massimo, di tanto in tanto e per accampare scuse sulla loro mediocrità, danno libero sfogo ad un rivendicazionismo lacrimoso e vengono fuori frasi come "se ci fosse meritocrazia ma non ce ne è!" e "se abitassimo da un'altra parte!". Ma questa stomachevole espressione di falso disappunto (in fin dei conti questi individui sono contenti della situazione perché se ci fosse meritocrazia loro non otterrebbero niente di più di quel che già hanno e verrebbe loro sottratta anche una scusa) non risolve i problemi di coloro che meriterebbero di vivere in un Paese in cui la giustizia non fosse solo un sostantivo presente nella dicitura di uno dei ministeri e per di più in coabitazione con una delle parole che più si sono compromesse nella storia, "grazia".
Ma se si prende atto della mediocrità della stragrande maggioranza della popolazione, il paziente lettore dirà: perché mai coloro che sono dotati di buona volontà dovrebbero sprecare le loro energie per cambiare la situazione se la gran massa di coloro che la subiscono se la meritano? La risposta è duplice: primo per egoismo, la più sincera e quindi nobile di tutte le ragioni; secondo perché coloro che aspirassero a far del bene non potrebbero mai sperare di farne ad un gruppo di persone solo se questo fosse costituito da probi viri, visto che ciò non è mai successo nella storia dell'umanità (e poi perfino il terribile e vendicativo dio giudaico era disposto a salvare una città se solo vi abitavano pochi giusti a fronte del ben superiore numero di malvagi!).
Allora che fare? Indignarsi al cospetto delle spregevoli azioni dei piccoli uomini ora presenti nelle istituzioni politiche italiane, parlarne anche con i sordi che, in virtù della meravigliosa concomitanza di una completa cecità, hanno ancora il coraggio di difendere come il salvatore della patria, il duce del Libertismo, il signore di Arcore e Cologno Monzese, nonché unico vero leader, per autoinvestitura, che possa rimediare alla carenza di leadership politica in Europa. Occorre umiliare coloro che lo difendono; vorrei che questo non fosse necessario ma nella nostra società far cambiare opinione a qualcuno presuppone che si prevalga su di lui, quindi non si facciano prigionieri! L'università viene messa a posto da provvedimenti ad hoc e se tutto va per il verso desiderato non occorrerà alcun giuramento dei docenti come sotto il fascismo; la giustizia, dopo numerosi tentativi che oserei definire by-partisan, nel senso di aventi a che fare con lo spirito democratico, cosmopolita, egualitario e non-violento che caratterizza i tifosi della squadra di calcio del Partizan Belgrado, viene saggiamente messa in condizione di non nuocere senza darle apparentemente botte da orbi come in passato, bensì semplicemente rubandole abbastanza soldi perché possa funzionare. Berlusconi non sarà un genio, come del resto tutti protagonisti che hanno calcato la grande scena della storia, ma dopo quindici anni sta capendo come agire.
Infine concludo indicando un ultimo sintomo della malattia che affligge il corpo italiano: i rigurgiti xenofobi; quando il malato sta proprio male incomincia ad attribuire l'origine dello stato morboso in cui si trova a ciò che viene dall'esterno, mentre fatica a vedere che il problema è dentro di sè. La febbre è alta e si dice che c'è caldo, si rifiuta il cibo come non buono e invece non abbiamo fame.